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Hieronimus               il 2004-10-30 20:04:23      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*

Vampiri

Dracula Mito e Leggenda

La definizione di "vampiro" e di "vampirismo" è alquanto lunga e complessa. Sia che si parta dal punto di vista razionalistico e scientifico che da quello religioso, le ipotesi e le valutazioni sono numerose e mai univoche. Grosso modo, se ci si attiene a una definizione classica o "popolare", si può dire che quella del vampiro è una salma sepolta, non soggetta al normale processo di corruzione fisica. II vampiro, durante un arco di tempo determinato e immutabile (dal tramonto allo spuntare dell'alba), esce dalla sua tomba per nutrirsi di sangue, preferibilmente umano, o, in mancanza di questo, animale. Egli può, pertanto, essere considerato un "non-morto", un "Nosferatu". Secondo i parametri teologici, il vampiro non sarebbe che un involucro privo di anima, posseduto dal Diavolo. In altre parole, uno zombie satanico, un cadavere infernale. Giudizi e teorie spesso non combaciano, sicché, per alcuni, il vampiro può anche presentarsi come un corpo né vivo né morto, in possesso della sua anima, eternamente condannato a tornare nella tomba. Secondo Montague Summers, esperto "credulone", il vampiro non va considerato un diavolo e neppure un fantasma, bensì un essere in preda a una possessione demoniaca. Summers si sofferma sulla duplice natura del vampiro, sulla sua natura di individuo apparentemente vivo, capace di muoversi, di agire, di pensare, di esprimersi, bisognoso di cibo, ma cadavere a tutti gli effetti. ........omissis....................Le definizioni variano a seconda delle diverse credenze e superstizioni, per quanto, è doveroso sottolinearlo, dal Jean-Jacques Rousseau del Dizionario Filosofico al contemporaneo Colin Wilson, un elemento rimane invariato: l'evidenza dei fatti. Rousseau si basa su relazioni ufficiali e sulla testimonianza concorde di chirurghi, di uomini di chiesa e di giudici, mentre Wilson conclude una sua dissertazione sul vampirismo affermando che non si può relegare quest'ultimo tra le superstizioni e che i casi certificati sono talmente tali e tanti che sarebbe assurdo continuare a mantenere al riguardo una posizione scettica e razionalistica.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:04:50      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Seguendo questa linea, il vampirismo incarnerebbe molto più che una mera illusione, un bisogno patologico di sangue. Già un secolo fa Charles Nodier, pur considerando "una favola" l'esistenza dei vampiri, riconosceva trattarsi di una superstizione "universale", la qual cosa non può che indurci a riflettere. I vampiri, come si sa e come vedremo, sono

sempre stati presenti nel folklore, nelle saghe, nelle leggende dei popoli primitivi. La persistente e generale diffusione del mito vampirico conferisce alla questione un carattere suscettibile di molte interpretazioni. Il tema del vampiro si incentra su due elementi chiave: la credenza secondo cui il sangue equivale alla vita (il classico e ripetutissimo Blood ís Life); il desiderio e la ricerca dell'immortalità. In questo duplice contesto, il sangue assurge a unico e impareggiabile elisir di vita eterna. Prima di entrare nel merito del caso Stoker, è d'uopo, ci pare, tracciare una specie di mappa geografica delle leggende vampiriche. Premettiamo che, se il sangue è vita, l'immortalità si consegue attraverso di esso. Orbene, poiché questo concetto corrisponde a una delle più primitive e ancestrali aspirazioni dell'uomo, non c'è da sorprendersi se i vampiri ci vengono incontro da ogni latitudine e longitudine del pianeta.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:05:09      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Cominciamo dall'Africa. Qui incontriamo i vampiri sia nella tribù degli Ashanti - che li conserva gelosamente nel suo patrimonio folkloristico -, sia presso gli abitanti delle regioni montagnose dell'Atlante, dove la credenza nelle Donne-vampiro, che succhiano il sangue dalle dita, persiste tutt'oggi. Nel continente nero, esistono diversi tipi di vampiri, ognuno dei quali è identificato da un nome specifico. Tra questi l'Asasabonsam, un demone che, appollaiato sulla cima degli alberi, attira e dilania le sue vittime con le dita dei piedi; e ancora, l'Obayifo, considerato tra i più pericolosi, in quanto, dopo aver assunto forma umana, succhia il sangue dei bambini e percorre in lungo e in largo grandi distanze, distruggendo i raccolti. Di tutt'altra natura è il Loango, nome con cui si indica lo spirito irrequieto di uno stregone defunto, che, lasciata la sua tomba, si avventura alla ricerca di vittime del cui sangue si nutre, senza fare differenza tra uomini e animali. Le misure di precauzione usate in questi casi non differiscono granché da quelle tramandateci dalla tradizione transilvanica: il corpo del vampiro deve essere bruciato in una notte senza luna o inchiodato saldamente al suolo. È essenziale che il vampiro sia ridotto completamente in cenere, in quanto potrebbe rinascere da qualsiasi frammento o lacerto. Per quanto riguarda il continente nordamericano, possiamo rilevare come sia molto diffusa tra i Pellerossa la figura del vampiro. Qui, ci imbattiamo in un vampiro il quale, invece che nutrirsi di sangue, si alimenta di materia cerebrale, aspirandola per mezzo di un lungo naso - o proboscide - introdotta nell'orecchio della povera e disgraziata vittima. Nell'America del Sud, esiste una leggenda che non è molto diversa da quella in auge nella Grecia antica; leggenda secondo cui sarebbe possibile tramutarsi in vampiro ingerendo della carne di una pecora sbranata da un lupo. Interessante, in questo caso, la connessione tra vampiro e Lupo Mannaro. Il folklore cileno, a questo riguardo, pullula di esempi. In Cile, il vampiro assume le fattezze di una "Bella Donna" vestita di nero, che impugna in una mano una sciarpa rossa, e nell'altra un coltello, che pianta nel cuore delle sue vittime per poi berne il sangue. Alla "Bella Donna" si affianca (in altre regioni) il cosiddetto Pihuchen, specie di serpente alato che succhia il sangue a distanza, seguito dal Chucho o Chonchon, mostro dalla testa umana e dalle grandi orecchie, che gli servono da ali. Il mondo arabo, per passare a un altro continente, non ignora la tradizione vampirica, come dimostrano i racconti delle Mille e una notte, dove si parla di creature che infestano i cimiteri e le strade deserte, assaltando i viandanti solitari e nutrendosi del loro sangue. L'antica Assiria era anch'essa al corrente dell'esistenza di creature avide e assetate di sangue umano, quali il Muttaliku, specie di spirito condannato a girovagare su questa terra, l'Uttuku, essere non sempre e necessariamente maligno, e l'Ekimmu. Archeologi e assirologi hanno scoperto numerose tombe dove queste creature sono raffigurate. Alla cultura assira si deve, inoltre, la prima rappresentazione grafica di un vampiro copulante con una donna dal capo mozzo. A questo punto, la domanda è una sola: come si diventa Ekimmu?



Hieronimus               il 2004-10-30 20:06:08      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



La risposta data dagli Assiri coincide con quella data, nel corso dei secoli, da altri popoli del pianeta. Gli Ekimmu non sono altro che gli spiriti maligni di coloro che, non essendo stati sotterrati secondo i dettami religiosi, o addirittura essendo rimasti privi di sepoltura, sono condannati a vagare dopo la morte. La stessa sorte è riservata a coloro che spirano in giovane età o che muoiono di morte violenta. Presso gli Aztechi, incontriamo le Civateteo, streghe-vampiro, assetate di giovane sangue, che si appostano agli angoli delle strade.

Di estremo interesse i vampiri cinesi, tra i quali citiamo, ad esempio, il Ch'ing Shih, demone che si insedia nei corpi senza vita impedendone la decomposizione, e li induce a cibarsi di carne umana. Vale la pena di notare che l'idea di Montague Summers, secondo la quale il vampiro è un cadavere posseduto da forze demoniache, trova qui la sua fonte e il suo precedente asiatico. ..........omissis......................La stessa credenza, la ritroviamo nella Grecia antica, dove si riteneva che un cadavere potesse trasformarsi in vampiro, qualora un gatto (o un cane) si fosse avventato su di esso. Dall'antica Grecia, che citiamo come riferimento, passiamo agli Ebrei, presso i quali la Lilith babilonese, autentica vampira, si tramuta in Lilith madre dei demoni, prima moglie di Adamo, nonché, nel Medioevo, principessa dei "succubi" satanici. Sulla falsariga delle Lemures etrusche, anime di corpi capaci di tormentare i vivi, l'Oriente conosce le Cule, demoni femminili divoratori di cadaveri e bevitori di sangue. Dall'India ci viene il Vetala, un vampiro che si aggira tra i luoghi di cremazione alla ricerca di cadaveri da possedere. Parimenti, nella regione dello Jeypu (o Jaypur), si crede che i vampiri entrino nelle case adoperando una corda magica e calandosi giù per il camino. L'antichità, dalla Siria alla Libia, dalla Grecia all'antica Roma, ebbe le sue Lamiae. Le Lamiae erano creature dal volto di donna e dal corpo di drago. Possedevano una voce sibilante e, pur nutrendosi di cadaveri (alla stregua delle Gule), le loro "preferenze" cadevano sul sangue di fanciulli e di fanciulle. Euripide e Aristofane le considerano mostri perniciosi ed Orazio, nella sua Ars Politica, ne parla come di vampiri che bevono il sangue e consumano i corpi dei bambini. A Roma, c'era addirittura un corpo di sacerdoti esperti e chiaroveggenti addetti a combattere le Lamiae. Più o meno simili o apparentate alle Lamiae erano le mitologiche Empusae, per metà scimmie, dagli appetiti cannibaleschi, capaci di trasformarsi in cani, vacche o anche in leggiadre donzelle. Sotto quest'ultimo aspetto, attiravano i viaggiatori per poi divorarli vivi succhiandone il sangue. Sempre a proposito del rapporto vampiro-sesso, è interessante segnalare l'esistenza di una Afrodite Lamia. Se i vampiri cinesi sono, per molti versi, simili a quelli della Grecia, lo stesso non si può dire nel caso dei bevitori di sangue della Malesia, che possiedono qualità particolarmente originali. Il Bajang, ad esempio, è un demone di sesso femminile, il quale, trasformandosi in un gatto, si aggira nottetempo tra le case miagolando. La Langsuir, invece, è anch'essa un demone femmina, ma a forma di gufo, capace di generare altre creature della notte a lei consimili e note come Pontianak o Madianak. La Bajang può facilmente sedurre chi la cattura, dando poi vita a esseri che assomigliano a elfi. Per concludere questa rassegna, citiamo il Pennangalan, una testa senza corpo, collegata a uno stomaco grande come un sacco. Volando di notte, si nutre del sangue dei neonati. Secondo la leggenda, la prima Langsuir sarebbe stata una donna di straordinaria bellezza, che morì dando alla luce un Pontianak prematuro. La Langsuir porta di solito una veste verde, ha unghie lunghissime e chioma nera, che le arriva fino alle anche. Con la sua lunga capigliatura copre i due fori della testa tramite i quali succhia il sangue di bambini innocenti. Se catturata, basta tagliarle le unghie e la chioma e con queste riempire i due fori della testa, perché la sanguinaria vampira si trasformi in una brava casalinga avida di pesci. I Sumeri credevano nei vampiri e così i Tibetani. Per questi ultimi, i vampiri sono dei divoratori di morti e padroni dei cimiteri. Hanno gli occhi iniettati di sangue e la bocca verde (verde è anche la veste della Langsuir, e verde è il colore della putrefazione). L'antica Roma, sulla scia della tradizione greca e, tramite questa, dell'influenza orientale, non è parca di vampiri, anche se spesso risulta difficile distinguere tra questi, i fantasmi, i demoni, le streghe et similia. I Romani avevano delle Larvae che venivano celebrate, una volta all'anno, con una manifestazione sacra che durava tre giorni. In quei giorni, era vietato contrarre matrimonio e si credeva che i fantasmi dei morti circolassero lungo le strade. Alle Larvae, derivate dalle Lemures, i Romani aggiunsero la Mormos e la Strix (Strige), conosciuta, quest'ultima, dagli antichi Greci con il nome di Gellona. La Strix o Strige era un grosso uccello notturno che, volando sulle culle dei neonati, si avventava su di essi, succhiandone il sangue. La Mormos è descritta da Luigi Lavater, teologo protestante del XVI secolo, in De Spectris, Lemuribus et magnis atque insolitis fragoribus, come "una forma femminile di orrida apparenza, una Lamia simile alla Larva". Lo scrittore Punio, dal canto suo, non sfata la leggenda della Strix, ma non la considera un mostro: ........omissis..............Dalla Roma antica all'antica Grecia, dalla Cina alla Malesia, dal Sud America all'Africa e via discorrendo, vengono a galla leggende, miti e superstizioni. Il mito del vampiro, tuttavia, prende corpo e si consolida soprattutto nell'Occidente cristiano a partire dal Medio Evo fino al Rinascimento e da questo fino al XVIII secolo e oltre. Leone Allaci, nel suo trattato sul vampiro pubblicato a Colonia nel 1645, ritiene che quest'ultimo (da lui denominato Vrykolakas, secondo la terminologia greca), sia un uomo di cattiva reputazione, uno scomunicato il cui corpo è nelle mani del Diavolo. Allaci precisa che questo tipo di possessione completa è operata sotto divina autorizzazione. Sulla stessa linea Dom Augustin Calmet - nella sua famosa Dissertation sur les apparitions des esprits et sur les revenants et Vampires de Hongrie, de Bohéme, de Moravie et de Silésie (Parigi 1746 o 1749 o 1751) - concorda sul fatto che tre cose sono necessarie alla creazione di un vampiro: il vampiro stesso, il Diavolo e il permesso di Dio Onnipotente. Nel Medio Evo, la Chiesa Cattolica Romana proclama ufficialmente l'esistenza dei vampiri. Si cominciano a scrivere trattati eruditi sull'argomento, si aprono dibattiti e discussioni e i testimoni oculari abbondano. .....omissis.....È storicamente provato che in Occidente, e particolarmente in Europa, la credenza nei vampiri assunse maggiori proporzioni all'indomani dell'avvento del Cristianesimo, per acquistare un peso piuttosto evidente dopo la separazione tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa. L'esistenza dei non-morti affonda le sue radici nelle dottrine cristiane e nei cascami "vaganti" della cultura euro-pagana, e non è un caso che gli scrittori delle prime cronache citino esempi di "scomunicati" usciti post mortem dalle tombe. A questo punto, possiamo riferire la tesi della coppia Ornella Volta-Roger Vadim, per cui la trasmutazione del sangue di Cristo e la fede nei suoi poteri magici e divini, avrebbe contribuito a motivare, se non a incrementare, il "credo" vampirico. Gabriel Ronay ci fa notare come, a partire dal Rinascimento, nei paesi cristiani si assista a un notevole aumento dei casi di vampirismo; in questo periodo, però, il vampiro assume una veste diversa. Le dottrine rinascimentali, infatti, contrapponendosi al dogmatismo medievale, mettono in risalto la vitalità del corpo, piuttosto che quella dell'anima. Nel momento in cui il Protestantesimo rifiuta l'esistenza del Purgatorio e il concetto di "spirito errante", il vampiro non ha più un'anima da redimere, ma di lui non resta che un mero contenitore corporeo costretto a nutrirsi di sangue per continuare a esistere. A questo punto, il vampiro diventa oggetto e soggetto



Hieronimus               il 2004-10-30 20:08:20      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



della stregoneria e della Magia Nera. San Clemente, citato dal Ronay, allude a "esseri umani posseduti", sicché, per la Chiesa, i vampiri sono, e rimangono, un classico fenomeno di possessione diabolica, che si cerca di spiegare e di definire in conformità agli

insegnamenti cristiani. "Dal 1730 al 1735", scrive il Voltaire, "il tema più discusso era quello dei vampiri". In effetti, la più "popolare" epidemia di vampiri ha inizio sul finire del XVII secolo e si protrae fino al primo decennio del XVIII. Ma in Inghilterra, i primi casi di vampirismo erano già cominciati, addirittura, nel XII secolo, quando, allo scopo di calmare la popolazione, le autorità decisero di autorizzare la cremazione dei corpi dei sedicenti vampiri. .....omissis.........Alla luce di quanto detto, possiamo tentare, oltrepassando i limiti temporali del presente capitolo, di stendere una "cronologia" di base del "vampirismo storico":

1337 Villaggio di Blow (in Boemia).
1345 Villaggio di Lewin (Boemia).
1560 Gilles Grangier (vampiro francese).
1600 Clara Geisslerin (vampira tedesca).
1672 Giuro Grande (vampiro dell'Istria).
1691 Casi di vampirismo a Salem (Massachusetts).
1701 Apparizione di un vampiro nell'isola greca di Micene.
1720 Villaggio di Haidam (Kaidam), in Boemia.
1725 Kislova (Slovacchia).
1725 Huebner (vampiro ungherese).
1730 Inchieste e processi in Boemia.
1732 Villaggio di Meduegna.
1738 Villaggio di Kisilony (Ungheria).
1800 Epidemia di vampirismo in Prussia.
1824 Antoine Leger (vampiro francese).
1849 Caso del Sergente Bertrand (Francia).
1870 Biechow (Polonia).
1872 Vincenzo Verzeni (vampiro italiano).
1874 William Rose (vampiro statunitense).
1875 Un caso a Chicago.
1890 La Chantelouve (vampira francese).
1891 Esplode il caso Walsingham (USA).
1892 Exeter (USA).
1896 Epidemia di vampiri nella Nuova Inghilterra.
1901 Victor Ardisson (vampiro francese).
1912 Superstizioni vampiriche in Ungheria.
1920 Casi di vampirismo in Romania.
1925 Fritz Hartmann (vampiro tedesco).
1926 Eleonora Zugun (vampira inglese).
1931 Peter Kurten (vampiro tedesco).
1933 Una vampira portoghese in... Francia.
1949 John George Haigh (vampiro inglese).
1969 Un caso di vampirismo nella città di Okara, nel Pakistan.
1970 Extremadura (Spagna).
1970 Presunti vampiri si aggirano nel cimitero londinese di Highgate.
1972 Kuno Hoffmann (vampiro tedesco).
1973 Demetrio Myciura (vampiro inglese).
1974 Ennesimo caso di vampirismo in Romania.
1975 Tracy Hobson (vampiro inglese).
1975 Casi di vampirismo in Indonesia.
1978 Ritorna il "vampiro di Highgate".
1979 Richard Case (vampiro statunitense).
1980 James Riva (USA).
1982 Jerry Moore (vampiro statunitense).
1983 Renato Antonio Cirillo (vampiro italiano).



Hieronimus               il 2004-10-30 20:09:50      Vampiri

 
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Knifnil fior di Zucca*



Il Diario di Dracula

Soltanto adesso, a questo punto della mia vita, ho la rivelazione improvvisa e incredibile della superiorità della creatura femminile, della forza tremenda del corpo di una donna. Più complesso, più forte, chiuso ermeticamente attorno al suo segreto, a una vita interiore che nell'uomo non c'è. Creatura ignota nella quale il mondo si memorizza e si ricrea. Ventre, memoria, sguardo di veggente, orrenda creatura con tre membri, il clitoride e i due seni, puntati contro di noi a minacciarci della perdita del nostro potere. Ho visto una volta i seni di una giovane donna, turgidi come due falli in erezione, e mi sono scoperto totalmente privo di forza. Ho eiaculato prima ancora di penetrarla, e allora lei mi ha guardato con un disprerco che non so descrivere, che non avevo mai visto negli occhi di una donna, umiliandomi, come nessuno mai. Solo più tardi è venuta la reazione. Furia. E desiderio di vendicarmi, di distruggere tanta bellezza, tanta sicurezza. Mi è accaduto poi di incontrare a Bucarest una femmina stupenda, la cui bellezza sembrava come concentrarsi in un'unica parte del corpo, la gamba. Troppo viva, quella gamba; il sangue sotto la pelle sottile pulsava con impeto nelle vene, e si vedeva in trasparenza sulle cosce. Quella vitalità era insopportabile; un'energia senza limiti che mi umiliava. Tutti i sensi erano in me raggelati dal soffio rovente che animava quel corpo, così vivo, così indipendente da eccitarmi pazzamente. Senza neppure toccarla, se non con lo sguardo, ho raggiunto l'apice del piacere. Avrei voluto sentirmi altrettanto vivo, rapirle il palpito, il ritmo pulsante del sangue; e allora ne lacerai la carne, e feci zampillare quel sangue in cui mi immersi riempiendomi finalmente di vita: un sangue vivo come una bestia, così pieno della sua forza da traboccarne e da nutrirne anche me. Eiaculai di nuovo, con un piacere ancora più intenso. Ma non sapevo più come giustificare il mio atto. Ovviamente non potevo rivelare nulla della mia scoperta, della mia esperienza così profondamente commossa e turbata; e allora inventai quella storia, molto nota, della donna che aveva cercato di ingannarmi affermando di essere stata ingravidata da me.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:12:21      Vampiri

 
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Knifnil fior di Zucca*



Il Vampiro nella Letteratura dell'800

George Gordon Byron

La rilevanza sociale dell'opera di George Gordon Byron (1788-1824) affonda le sue radici storiche in una ben consolidata tradizione culturale che guarda con simpatia l'eslege, il bandito, il raddrizzatore di torti alla Robin Hood, unita al mito del poeta maledetto (Villon), che a sua volta è figlio della sregolatezza del giullare. Del suo porsi in contrasto alla società di corte, che pure ne giustifica l'esistenza. Ogni gesto, ogni parola che esca dalla decenza, dalle regole non scritte di un comportamento corretto e conformista, è un atto informativo e comunicativo di grande rilievo. Per questo attira l'attenzione di tutti e la simpatia di molti; di quegli stessi che, pur approvando «in principio» tale comportamento, non avrebbero mai il coraggio o la forza di imitarli. …omissis……. Il romanticismo, con le sue fratture, con i suoi silenzi pregnanti di intensità emotiva, con le sue insofferenze, costituisce l'anello di congiunzione indispensabile tra la complessità sociale e culturale a struttura orizzontale, matematica, caratteristica dei secoli precedenti, ed una di tipo verticale, geometrico, in cui tutto può essere discusso, tipica della contemporaneità. È la fine delle grandi certezze. Il Byron, bello e cosciente di sé, è la figura inedia che personifica il tipo di essere umano legato a quel tempo. Lo è soprattutto per un particolare: non tanto per la sua bellezza introversa, torbida e volitiva, quanto per quel piede zoppo che ne fa un «segnato» dalla sorte, un essere «sublime» alla Burke. Ha in sé qualcosa di satanico, dove alla connotazione religiosa del Satana di Milton, si è sostituito un carattere sociale: ribelle alle costrizioni morali, trova nell'espressione poetica la sua forma di liberazione. Tra le sue figure tragiche appare anche quella del vampiro, in forza di una maledizione che lo fa tornare dall'oltretomba a perseguitare i suoi cari. Già nel Giaurro (1813), poema di vendetta e d'amore, Byron aveva messo in scena la sua idea di révenant, in forma di minacciosa reincarnazione del suo personaggio violentemente trasgressivo: «Dapprima, il tuo cadavere sarà strappato alla tomba, e mandato sulla terra sotto forma di vampiro; poi, turberà, spettrale, il luogo della tua nascita, e succhierà il sangue di tutta la tua gente; là, dalla figlia tua, dalla tua sorella, da tua moglie, succhierà, a mezzanotte, la linfa della vita, pur aborrendo dal banchetto che, necessariamente, dovrà nutrire il tuo livido cadavere; prima di spirare, le tue vittime riconosceranno il demone per il loro parente, mentre, te maledicendo, e maledetti, i fiori della tua stirpe avvizziranno sullo stelo». Il vampiro, pur con le sue lontane origini medievali e una solida tradizione orientale (è presente persino nelle Mille e una notte), è una precisa figura romantica. Il « Frammento» byroniano (del 1816) riprende la formulazione del vampiro impostata nel Giaurro e la sviluppa, adattandola a una perfetta concezione romantica di «eroe maledetto». L'incipit è dato dalla consueta occasione del viaggio, il tradizionale Grand Tour inglese: «Già da tempo avevo deciso di compiere un viaggio attraverso paesi che non fossero ancora meta di troppi visitatori; partii, dunque, nel 17.., in compagnia di un amico che designerò con il nome di Augustus Darvell... Alcuni particolari della sua vita privata avevano destato la mia attenzione, il mio interesse e persino suscitato la mia stima che non venne mai meno neppure di fronte alla riservatezza dei suoi modi e a certe manifestazioni del suo carattere, inquieto e singolare, che a volte assumevano l'aspetto di una vera e propria alienazione mentale». Il declino di Darvell, che deve morire per poter tornare dall'oltretomba a succhiare il sangue delle sue vittime, è descritto con gli stessi tratti di una malattia romantica: «Era in preda a un turbamento implacabile, questo era evidente e, tuttavia, non ero in grado di dire se questo nascesse da ambizione, amore, rimorso, dolore, da uno solo o da tutti questi sentimenti o fosse frutto, più semplicemente, di un temperamento morboso che presentava affinità con una vera e propria malattia». I sintomi sono quelli dell'anemia perniciosa, dell'astinenza da sangue, ma si confondono adeguatamente con lo struggimento interiore di un'anima romantica, tanto da suggerire una profonda analogia tra i due atteggiamenti: «La salute di Darvell che, a giudicare all'aspetto, doveva essere stata negli anni giovanili assai robusta, da qualche tempo andava lentamente declinando senza che apparentemente fosse intervenuta una malattia vera e propria. Non era affetto né da tosse né da etisia, tuttavia egli di giorno in giorno perdeva le proprie forze. Poiché era di abitudini morigerate, non accusava né debolezza né stanchezza, ma era certo che egli deperiva ogni giorno di più. Diventava ogni giorno più silenzioso e sofferente d'insonnia, in breve si aggravò al punto che io mi allarmai giudicandolo in serio pericolo». Darvell procede a tappe forzate verso il luogo desolato della Grecia in cui avverrà la sua caduta e la sua resurrezione post mortem: «La sua mente sembrava oppressa da un peso e il suo atteggiamento era così grave e solenne da non corrispondere affatto all'impazienza di dare inizio ad una escursione che io consideravo un piacere assai poco adatto a una persona di così scarsa salute».



Hieronimus               il 2004-10-30 20:12:59      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



John William Polidori

A dare forma letteraria al mito del vampiro romantico è anche John William Polidori (1795‑1821), giovane medico che morirà suicida (figlio di Gaetano Polidori, il primo traduttore italiano de Il castello d'Otranto di Horace Walpole). Al seguito di George Gordon Byron, in qualità di suo medico personale, il giovane Polidori è presente la fatidica sera del 16 giugno 1816 nella Villa Diodati, sul lago di Ginevra, quando un'animata conversazione sui temi del mistero e del soprannaturale sfocia in una sorta di scommessa a stenderne dei testi esemplari. Mary Shelley ne trarrà il suo Frankenstein, Byron quella storia di vampiri mai condotta a termine (il «Frammento») e Polidori, amareggiato e astioso nei confronti del suo Lord, con il quale intrattiene rapporti non facili e da cui sarà presto sbrigativamente licenziato, una brillante vendetta letteraria. Così Il vampiro (1819) di Polidori, modellato sul frammento byroniano, veste i panni del poeta col trasparente pseudonimo di Lord Ruthven e ne narra le poco esaltanti gesta in giro per l'Europa. I ruoli reali si invertono: Polidori si raffigura nell'io narrante, nel carattere positivo di Aubrey, giovane di nobile famiglia che non riesce ad opporsi alla violenza del vampiro per lealtà e ignoranza. Byron-Ruthven è il bel tenebroso, cui basta uno sguardo per incantare le signore, gran seduttore il cui scopo occulto non è, come credono le ignare vittime, il raggiungimento del piacere fisico, ma una necessità fisiologica ben più turpe: la suzione della preziosa linfa vitale. La scena culminante si svolge in Grecia, quando assistiamo alla morte di Lord Ruthven e all'imposizione ad Aubrey del giuramento di non rivelare a nessuno la notizia della sua morte, prima di un dato limite di tempo. ........omissis....Il racconto è ricco di significati simbolici, al di là della raffigurazione parodistica dei protagonisti: la stessa sensibilità romantica per l'individualità chiusa, misteriosa, assorta in solitarie meditazioni, è qui fatta derivare da ben altri motivi. È soprattutto la valenza «seduttore-vampiro» ad assumere un aspetto preminente nel racconto di Polidori e a suggerire un inquietante accostamento tra rapporto sessuale e vampirizzazione. La fanciulla indifesa, prima che dalla violenza del vampiro, è travolta dal suo fascino maschile: è l'idea romantica che prevale sulla tradizione dell'orrore, in ciò confermata dalla fuga finale di Lord Ruthven che, a differenza dei Dracula e dei Nosferatu, immancabilmente impalati o dissolti dalla luce del sole, resta vivo e libero di ripetere le sue malefatte. Una minaccia latente, un monito alle fanciulle troppo arrendevoli, una frecciata all'indirizzo dì Byron. Le vicissitudini editoriali de Il vampiro di Polidori non sono meno significative. Pubblicato per la prima volta sulla «New Monthly Magazine» nel 1819, il racconto fu attribuito erroneamente allo stesso Byron, contribuendo ad accrescere la fama del testo e a moltiplicarne gli effetti parodistici e dissacratori. Lo stesso Goethe, che aveva sperimentato il tema nella Braut von Korinth, ne lodò le qualità letterarie e lo giudicò una delle cose migliori del Byron, la cui sdegnosa smentita non impedì tuttavia al racconto di Polidori di entrare con pieno diritto nella storia della letteratura.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:14:06      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Lord Ruthwen di John William Polidori

Se la prima vera trasposizione poetica del mito folklorico del vampiro si ha nel 1797 con la ballata Die Braut von Corinth (La sposa di Corinto) di Goethe, a codificare i tratti del vampiro letterario è il giovane medico personale e amico di Byron, John William Polidori. Invitato anche lui al celebre soggiorno nella villa Diodati di Ginevra nel 1816, insieme a Byron, a Shelley e alla sua futura moglie Mary e a Claire Clairmont, ex amante di Byron, partecipa alla sfida, lanciata da Byron stesso, di scrivere ognuno una storia di fantasmi. ...........omissis......... Byron abbozzò la storia di due amici che si recano in viaggio dall'Inghilterra alla Grecia, uno dei quali muore in circostanze misteriose e fa promettere all'altro che la propria morte rimarrà segreta. Quando il sopravvissuto ritorna in Inghilterra ritrova l'amico, vivo e vegeto, dedito ad incontri mondani e ad avventure amorose. Su questo frammento Polidori costruirà Il vampiro. Si tratta della storia dell'incontro tra il misterioso e affascinante Lord Ruthwen ed un «giovane gentiluomo» di nome Aubrey. I due intraprendono un viaggio (su modello del Grand Tour romantico) che li porterà a Roma e poi in Grecia. Già dal soggiorno romano, però, Aubrey si accorge delle nefandezze e delle bassezze di cui è capace il suo compagno, il quale si dà ad insidiare senza pudore le grazie di un'innocente fanciulla della buona società italiana, e decide di proseguire il viaggio da solo. Giunto in Grecia, vi si stabilisce e si innamora di Ianthe, che lo introduce ai misteri dell'amore candido e puro. Qui Aubrey ode per la prima volta i racconti popolari riguardo ai vampiri (le cui descrizioni lo impressionano fortemente per la somiglianza con l'aspetto e i comportamenti di Ruthwen) e qui ne subisce l'attacco. Ianthe muore uccisa, con al collo i caratteristici segni del morso vampirico. Anche Lord Ruthwen si reca in Grecia e trova l'amico nel delirio della febbre e del dolore per la perdita dell'amata. Decidono di proseguire il loro viaggio ma vengono aggrediti dai briganti (motivo tipico della letteratura romantica) che uccidono Ruthwen. A questo punto il Lord ottiene da Aubrey la promessa che la propria morte rimarrà segreta (motivo centrale del frammento incompiuto di Byron) per un anno e un giorno. Tornato a Londra però Aubrey non solo si vede ricomparire davanti Ruthwen, ad un salotto mondano, ma è costretto ad assistere impotente all'azione seduttoria del mostro nei confronti della propria amata sorella. Quando, ormai delirante e impazzito, egli riesce a denunciare la verità allo scadere del giuramento, è troppo tardi: «Lord Ruthwen era scomparso e la sorella di Aubrey aveva appagato la sete di UN VAMPIRO! ». Nella creazione della figura di Lord Ruthwen .......Polidori riesce ad usare Byron contro Byron.......insopportabile e litigioso compagno di viaggio e di vita. Il nome stesso del protagonista vampiro, Lord Ruthwen, allude scopertamente alle vicende che caratterizzarono la vita del poeta, essendo tratto dal romanzo autobiografico Glenarvon, in cui l'autrice Caroline Lamb, che per un certo periodo intrattenne una relazione con Byron, ritrae quest'ultimo nelle vesti del perfido e crudele Ruthwen Glenarvon, fatale alle sue donne fino a meritare l'intervento punitorio del diavolo stesso, consegnando alle pagine della letteratura tutto il suo risentimento e la sua delusione di amante tradita. Nell'aprile del 1819 la novella di Polidori appare sul «New Monthly Magazine» a nome di Byron, non si sa se per un malinteso del direttore della rivista o per l'ennesimo scherzo irriverente dell'autore, generando una serie di polemiche ed equivoci, il più macroscopico dei quali fu senz'altro la dichiarazione di Goethe che ci si trovava di fronte alla miglior opera che Byron avesse mai scritto. Nonostante l'esplicita ammissione della paternità del romanzo da parte di Polidori, almeno altri due racconti sui vampiri vennero attribuiti a Byron (Vampyre; or the Bride of the Isles, circolato a puntate in edizioni popolari prima del 1820 e Lord Ruthwen o i vampiri, stampato a Napoli nel 1826), segno che la connessione tra il revenant e l'eroe «byronico» cui il poeta aveva dato vita, con il proprio comportamento volutamente dissoluto e cinico, era avvertita chiaramente e collettivamente. Basta del resto confrontare il ritratto di se stesso che Byron tratteggiò nelle stanze di Lara (canto I, XVII-XIX), con le pagine del romanzo di Polidori in cui si introduce e si descrive la figura del vampiro, per notare nella scelta dei temi e degli aggettivi usati il palese riferimento ad un unico modello di eroe, l'eroe maledetto romantico. Omissis...........Il vampiro di Polidori è dunque inseparabile dalla temperie spirituale e dalla Weltanschauung pre-romantica e romantica, dal byronismo, dalla rappresentazione del dandy impenetrabile e seducente, dalla concezione dell'eroe maledetto e fatale, che rovina gli altri e se stesso. I motivi ricorrenti del racconto sono la forza, la potenza seduttoria, la distruttività del mostro-vampiro e del suo sguardo. Carattere principale di Ruthwen è, come nota V. Teti, l'ambiguità: egli è «generoso e ozioso, misterioso e vagabondo, affascinante e turpe». ...omissis...... Il tema della potenza e della capacità di fascinazione del vampiro, presente anche in ambito folklorico in quanto connaturato alla figura stessa del revenant, assume vesti idonee al momento storico in questione. Il vampiro della letteratura europea ottocentesca non poteva avere l'aspetto di un contadino serbo o greco, semplicemente perché questo non avrebbe colpito minimamente l'immaginario occidentale borghese. .....omissis...... II vampiro della letteratura mantiene il carattere di sovvertitore dell'ordine costituito, che avevamo evidenziato come nucleo fondamentale del vampiro folklorico, e dunque, nel pieno dell'età borghese, assume caratteri decisamente antiborghesi, anche dal punto di vista della propria estrazione sociale, quasi sempre aristocratica. Come nota Punter: « Ruthwen è in effetti modellato per certi versi su Byron, ma questo è meno importante, Ruthwen non è la rappresentazione di un individuo mitizzato ma di una classe mitizzata. Egli è morto e tuttavia non lo è, così come il potere dell'aristocrazia all'inizio del XIX secolo era e non era morto; egli esige sangue perché il sangue è l'occupazione dell'aristocrazia, il sangue sparso in guerra e il sangue di famiglia. Il vampiro nella cultura inglese, in Polidori, in Bram Stoker e altrove, è una figura fondamentalmente antiborghese. È elegante, ben vestito, un maestro nell'arte della seduzione, un cinico, una persona esente dai codici sociomorali predominanti». ....omissis..... In Francia il racconto fu ripreso e parafrasato da Charles Nodier, che ne trasse un romanzo e un dramma cui si ispirò l'opera in quattro atti Der Vampir, su musiche di H. A. Marschner, rappresentata con grande successo a Lipsia nel 1828 e di seguito in tutti i teatri tedeschi, a Londra e a Liegi. Del 1829 è l'adattamento teatrale ad opera di J. R. Planchè, dal titolo The Vampire or the Bride of Isles, in cui gli avvenimenti sono ambientati in Ungheria e Lord Ruthwen porta il titolo di boiardo valacco (prefigurando il Dracula di Stoker). Tra gli epigoni di Polidori più noti e più importanti, va ricordato E.T.A. Hoffmann che con il suo Vampirismus (1821), riprendendo anche Goethe e il filone poetico ispirato alla figura di Philinnio ricordata da Flegone Tralliano, reintroduce in letteratura la donna-vampiro, ......omissis. Ci troviamo dunque di fronte ad un nuovo contagio vampirico, questa volta in ambito letterario e artistico. Dopo averne discusso da un punto di vista filosofico, religioso, scientifico, morale o semplicemente per svago e diletto, l'Europa colta e ormai romantica fa del vampiro un personaggio, con tutte le implicazioni che la moderna semiotica riconosce a tale termine. Fa, cioè, del vampiro un «luogo poetico», un «luogo indefinitamente rinnovabile di produzione di senso», secondo la definizione di personaggio data da Anne Ubersfeld. ..............omissis



Hieronimus               il 2004-10-30 20:15:11      Vampiri

 
Hieronimus



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Storie di Vampiri
Lord Ruthven e i suoi successori

Se è su documenti di questo genere che si sostanzia la leggenda moderna del Vampiro, la sua immagine letteraria discende da una circostanza di tutt'altro genere, nella quale si trovarono coinvolti non più magistrati, ecclesiastici e boia, ma narratori e poeti. All'origine c'è una scommessa, dalla quale sarebbe nato il Romanzo dell'Orrore anglosassone. Il luogo è Villa Diodati a Ginevra. Nella splendida dimora, il giugno del 1816, è radunato un gruppo di intellettuali: i poeti inglesi Byron e Shelley, il primo in compagnia dell'amante Claire Clairmont e del segretario e medico personale John William Polidor4,il secondo dell'amante - e futura moglie - Mary Woll_Stonecraft Godwin, all'epoca diciannovenne; con loro, erano anche il letterato e uomo politico John Hobbhouse, il pittore Scrope Davies e lo statista italiano Pellegrino Rossi. «Quell'estate fu fredda e uggiosa», scriveva in seguito la giovanissima Mary, «e piogge interminabili ci costrinsero spesso in casa per giorni e giorni. Trovammo per caso alcuni volumi di storie di fantasmi, tradotti dal tedesco in francese... "Scriveremo ciascuno una storia di fantasmi" ; disse un giorno Lord Byron. E la proposta fu accettata.» Si cominciò dunque a discutere le varie trame, e ciascuno propose la sua: ma, per la maggioranza dei presenti, l'impegno si esaurì in lunghe conversazioni sui principi della Narrativa Soprannaturale. Lo stesso Byron, che aveva lanciato l'idea, si limitò a buttar giù lo schema e le prime pagine di una storia che lasciò interrotta. Ma due dei presenti - sia pure con intenti e impegno profondamente diversi - presero sul serio la scommessa. La prima fu proprio lei, l'amante-bambina di Shelley, che cominciò a scrivere quello che risulterà uno dei massimi capolavori della letteratura fantastica: quel Frankenstein pubblicato anonimo nel 1818, che oggi viene riconosciuto come capostipite tanto del Romanzo d'Orrore Soprannaturale, quanto della moderna Narrativa di Fantascienza. Il secondo a prendere sul serio la scommessa fu John William Polidori, il quale scrisse e pubblicò - sia pure con qualche ritardo e in modi stravaganti - una novella che diede vita anch'essa a un particolare modulo letterario: The Vampyre. In poco più di venti pagine, il racconto di Polidori ridisegna completamente il personaggio del Vampiro, così com'era noto dalle leggende dell'epoca. Da povero contadino ignorante, persecutore di vacche e parenti prossimi, frutto di superstizioni nate nei campi, Polidori lo trasforma in figura a tutto tondo, con il prestigio e il vigore di un archetipo. Il suo Lord Ruthven, tenebroso nobile inglese condannato dai suoi delitti a succhiare il sangue dei vivi, è - innanzitutto - un aristocratico: tratto questo profondamente originale rispetto alla tradizione vampirica precedente, fatta di villici analfabeti (in tutte le migliaia di documenti relativi al vampirismo, l'unico nobile citato fu un certo Barone Joseph von Wollschliiger, ritenuto origine di un focolaio di infezione vampirica manifestatosi nel 1750 nel villaggio prussiano di Jacobdorfs). Poi, non è un mostro ripugnante, un cadavere animato da una scintilla di vita satanica, che compie azioni disgustose e agisce in modo inconsapevole: al contrario, è un personaggio d'aspetto virile, intelligente e ricco di un fascino sottile e irresistibile, che attira le fanciulle come la fiamma le falene. Infine, non si limita a battere nottetempo desolate campagne picchiando all'uscio dei casolari, ma è perfettamente inurbato, e frequenta con disinvoltura la migliore società del tempo. Da questo schema deriverà la matrice sulla quale verranno modellate tutte le successive filiazioni letterarie del Vampiro, sia in veste maschile che femminile. La felice intuizione letteraria di Polidori sembra sia nata dal desiderio di dipingere una caricatura denigratoria di Lord Byron, con il quale era entrato in feroce contrasto, per rivalersi delle frustrazioni che l'eccentrico poeta inglese lo aveva costretto a subire. Lo proverebbe la scelta stessa del nome: Ruthwen Glenarvon si chiamava infatti una incarnazione «satanica» di Byron uscita poco tempo prima dalla penna di una sua amante delusa. Inoltre, non contento di prestare al suo Vampiro aspetto e atteggiamenti byroniani, Polidori fece pubblicare il suo racconto (nel 1819) a firma dello stesso Byron. Non si conoscono i motivi di questa scelta: probabilmente, l'intenzione era ancora una volta denigratoria. Se è così, l'effetto fu opposto: il racconto ebbe immediatamente un successo straordinario, e nessuno dubitò che fosse di mano del poeta. Venne tradotto in tutte le lingue d'Europa, e Goethe lo ammirò tanto da affermare che si trattava dell'opera migliore di Byron. Da quel momento, il Vampiro uscì dall'anonimato, rivendicò quarti di nobiltà, e fece il suo ingresso nell'Olimpo dei personaggi letterari. John William, il suo nuovo «padre letterario», non ne trasse però fortuna. Proveniente da una famiglia di qualche merito intellettuale - il padre Gaetano era stato segretario di Vittorio Alfieri, e una sorella, andata sposa a Gabriele Rossetti, fu madre del poeta Dante Gabriele - il giovane Polidori aveva stupito l'Inghilterra laureandosi a soli diciannove anni in medicina a Edimburgo, e sembrava destinato a una brillante carriera sia scientifica che letteraria. L'incontro con Byron gli fu fatale. Travolto dalla vita disordinata del poeta, che se lo trascinò appresso - fra continui litigi - per mezza Europa, quando questi lo abbandonò, non fu più in grado di risalire la china. Morì suicida nel 1821, a soli 26 anni, per non poter saldare un debito di gioco, inghiottendo «un sottile veleno di sua composizione». Gli sopravvisse il suo personaggio (nel frattempo Byron aveva smentito recisamente d'esserne l'autore) che, come si è detto, ebbe subito grande successo tra gli intellettuali d'Europa. In Francia, già nel 1820, Charles Nodier mise in scena a Parigi, con straordinaria fortuna, una pièce teatrale tratta dal racconto di Polidori, intitolata Le Vampire; qualche anno dopo, scrisse un seguito al racconto, Lord Ruthven et les Vampires, nel quale faceva morire il sinistro personaggio mediante il classico impalamento su una pubblica piazza di Modena. Nel 1828, poi, il suo dramma generò il libretto di un'opera dallo stesso titolo musicata dal tedesco H.A. Marschner, alcune delle cui arie, come la Chanson à boire du Vampire, divennero popolarissime (ma già nel 1801 un certo A. de Gasparini aveva messo in scena a Torino un dramma lirico intitolato Il Vampiro). In breve, quasi ogni autore romantico dell'Ottocento si cimentò con la sinistra figura del Principe delle Tenebre, con opere sia narrative che poetiche, spesso da annoverare tra i capolavori della Narrativa Fantastica. Vampirismus (1828) è il titolo di un racconto di E. TA. Hoffmann del ciclo dei Fedeli di San Serapione in cui si riattualizza il tema classico dell'Empusa. Variazioni vampiriche sono presenti in Nikolaj Gogol; che con Il Vij (1835) produce la sua novella più perfetta. Clarimonde, la morte amoreuse (1836) di Théophile Gautier è un racconto nel quale realtà e sogno si mescolano in una trama originale che piacque moltissimo a Baudelaire (nella cui poesia, peraltro, corrono potenti vene vampiriche). Molte ballate ispirate a Vampiri vennero incluse da Prosper Mérimée in La Guzla (1827), centone di composizioni liriche popolareggianti presentate (falsamente) come traduzioni dall'illirico; lo stesso Mérimée affermò di essere stato testimone oculare, nel 1816, di un caso di vampirismo a Varbesk, in Serbia. E l'ombra del Vampiro aleggia su tutti i Chants de Maldoror (1868) di Lautréamont. Intanto, in Inghilterra, patria del Romanzo Gotico, il Vampiro era entrato nei ranghi dei personaggi della nascente stampa popolare con una serie di dispense a puntate, Varney the Vampyre, pubblicate anonime ma dovute probabilmente a Thomas Preskett Prest e James Malcolm Rymer. In esse, a partire dal 1847, l'ennesimo nobile succhiatore di sangue trascinava per 868 pagine, suddivise in 220 capitoli, le sue atroci vicende di non-morto. Del 1872, infine, è il romanzo breve Carmilla dell'irlandese Sheridan Le Fanu, uno dei maestri riconosciuti della Narrativa Soprannaturale, nel quale tutta la tematica ormai classica del Vampiro - le nobili origini, il maniero perduto nella foresta, il sottofondo erotico (in questo caso legato a un sorprendente, per i tempi, tema lesbico), la vittima inconsapevole, la tradizionale fine cruenta - sono concentrati e riassunti. E proprio la lettura di Carmilla sembra abbia ispirato, alla fine del secolo, la nascita del più celebre Vampiro di tutti i tempi.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:18:01      Vampiri

 
Hieronimus



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E tanti altri

Vampirismus
Vampirismo di E.T.A. Hoffmann
Carmilla la trama
Carmilla un'interpretazione
Il sangue e la rosa
Joseph Sheridan Le Fanu
Joseph Sheridan Le Fanu e le terre d'Irlanda
Bram Stoker
Dracula



Hieronimus               il 2004-10-30 20:18:49      Vampiri

 
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Letteratura del 900

Conte Dracula

Mirabile versione iconografica di un libro troppo celebre per essere letto, questo «Dracula» di Guido Crepax mette in scena, con opportune modifiche e prevaricazioni, la classica storia del Vampiro Massimo, l'Eponimo, il Capostipite: Colui dal quale rampollarono decine di discendenti letterari e cinematografici d'ogni forma e d'ogni sesso, compreso il terzo; sparsisi in assetata e assatanata ricerca di sangue fresco in ogni parte d'Europa e delle lontane Americhe, con faticosi traslochi di bare e di pesanti casse di terra consacrata, usando di preferenza golette, piroscafi a ruota e obsoleti vagoni dell'Orient-Express, mai un comodo autoarticolato della Gondrand, ché noblesse oblige; insidiati e inseguiti con estenuante tenacia da anziani professori e giovani virtuosi cui s'è dissanguata la fidanzata, armati di croci, paletti appuntiti e spicchi d'aglio; dura è la vita del vampiro. S'aggiunga alle loro frustrazioni l'insolente, petulante, massiccia presenza di comitive turistiche, incolonnate dalle Aziende di Soggiorno rumene (dal cui conclamato socialismo ci si aspetterebbe un atteggiamento più scettico verso i poveri non-morti) sulla via cripte e castelli della dirupata Transilvania, spacciati per dimore di Dracula e teatro di orrendi crimini. Dediti all'oscurità e alla segretezza, i vampiri reagiscono a tutto questo con 1'indifferenza tipica di un cadavere. Godono, in realtà, di sicuri recessi, celati loculi, negletti avelli in cui la loro stirpe si perpetua in pace, alternando all'eterno riposo il morso fatale. Sorge il sospetto che abbiano volontariamente abbandonato i manieri di Transilvania ai fasti di Hollywood e del turismo di massa, per raccogliersi nella quiete di più remoti sepolcri disseminati in luoghi insospettabili per la vasta Balcania. Pochi curiosi hanno finora violato le porte della Vampìria, nebuloso paese dalle propaggini incerte, la cui visita richiede ardimento e laboriosi apprestamenti. Utili indicazioni si possono trarre da un resoconto di Paul Féval («La ville vampire», Parigi 1875), ilare e obliato precursore di Bram Stoker, il quale, da vero intenditore, considerava la Transilvania poco più di una provincia periferica della cimiteriale nazione; rispetto ai vampiri da lui frequentati, il conte Dracula non è che un parvenu. Féval fu l'unico a visitare Selene, la città vampira, la capitale del reame dei morti immortali. Il lettore prudente potrebbe farsene una pallida idea aggirandosi in una giornata di nebbia per i viali del Cimitero Monumentale di Milano. L'ardito viaggiatore è bene che segua invece alla lettera le seguenti istruzioni. Per raggiungere l'impalpabile Selene occorre partire da Semlin, oggi Zemun, sobborgo della capitale jugoslava, Belgrado. Preventivamente, acquistare del carbone, un fornello, alcune boccette di sali e un pacchetto di candele. Munirsi anche di un chirurgo magiaro e di un mestolo di ferro, a cui si affileranno i bordi. Vuoi a piedi vuoi a cavallo, si deve lasciare Semlin alle dieci di mattina suonate in direzione nord-nord-ovest, seguendo rigorosamente il tracciato dell'antica strada militare austro-ungarica che costeggia più o meno il Danubio. A tre quarti di lega da Semlin, il paesaggio comincia bruscamente a mutare aspetto. Non si vedono più né oleandri né citisi né siringhe. Il granturco scompare. Il suolo, prima così ubertoso, assume da quel punto in poi un colore smorto e fosco, come se vi fosse caduta sopra una tempesta di cenere. Intanto l'azzurro del cielo si vela di grigio, e uno schermo opprimente si frappone davanti al sole. E' probabile che vi sentiate le gambe molli, la testa vuota, il petto schiacciato da un peso. Di colpo, cala una tenebra impenetrabile. Una campana possente suona ventitrè colpi. Le tenebre si rompono e appare Selene. Siete al centro della città vampira: vi trovate di fronte a un edificio circolare, un'immensa rotonda in cui diversi ordini architettonici si innestano l'uno sull'altro con selvaggia ma sapiente fantasia, sposando le bizzarrie più audaci dell'arcaismo assiro alla fantasia cinese e al capriccio indù. E' un tempio, una torre, una gigantesca Babele, costruita in porfido pallido, delicatamente colorato in quella sfumatura cangiante che viene detta verde acqua. Grandi blocchi di questa pietra, opaca e traslucida insieme, solo legati da sottili giunture di marmo nero. Colonne, pilastrini, nervature, liane madreperlacee, smisurate protuberanze di capitelli e trabeazioni concorrono a formare un intrico digradante ai piani larghi e profondi. Sotto il peristilio, ogni due colonne, una tigre di porfido accucciata opprime con la zampa il cuore straziato di una giovine fanciulla distesa. Attorno allo scalone esterno, ventiquattro piedistalli sostengono altrettante statue di giovani donne, tutte bellissime, tutte nell'atteggiamento di chi è vittima dell'oltraggio di un nemico invisibile. Le statue bordano una grande piazza rotonda, da cui si dipartono le sei larghe strade che delimitano i quartieri della città. Ognuno di essi sembra sterminato, prolungato a perdita d'occhio i suoi palazzi, le cui prospettive si perdono in una nebbia opalina. Quelle livide magnificenze appartengono ai membri della nobiltà vampiresca. Ogni mausoleo porta inscritto un nome: qualcuno vi stupirà, e vi chiarirà gli enigmi della storia. Non c'è molto tempo, se volete uscire vivi dalla città; Selene non concede che una visita affrettata. Entrate in un sepolcro di vostro gradimento. Portatevi immediatamente al naso le boccete dei sali: niente puzza quanto un vampiro, che in casa sua si mette in libertà. Accostatevi al corpo giacente, e pregate il chirurgo ungherese di praticare un'incisione all'altezza del cuore. Nel frattempo avrete acceso il carbone sotto il fornello. Quando il cuore del vampiro sarà allo scoperto, immergete arditamente il mestolo affilato sotto quel viscere e tiratelo fuori intatto. Carbonizzate il cuore sul fornello. Non fate caso al vampiro, che intanto si raggrinzerà tutto nella sua bara fino a trasformarsi in un minuscolo residuo di materia trasparente mucosa. Mettetevi in tasca una manciata di cenere e conservate il resto nel mestolo. A questo punto, poiché certamente fra una cosa e l'altra avrete fatto tardi, sentirete un sordo brontolio che diventa sempre più forte. Una luce rossastra avvolge nei suoi bagliori la città. Agli sbocchi delle sei grandi strade, i sei animali che le dominano dall'alto delle loro colonne (un serpente, un pipistrello, un ragno, un avvoltoio, un falco e una sanguisuga) cominciano a muoversi torpidamente. La campana di cristallo del mausoleo suona il primo rintocco della ventiquattresima ora vampiresca. Correte. Da tutte le porte spalancate delle tombe potete vedere gli abitanti drizzarsi sui loro sepolcri e mettersi in ordine. Qualcuno già appare sulla soglia. Uomini di alta statura dall'aria effemminata, donne dai corpi slanciati, tutti dalla carnagione verdastra, con gialli occhi magnetici e labbra rosse come carboni ardenti. Non sono ancora ben svegli. Ma la campana di cristallo continua a suonare. E nel momento in cui batte l'estremo rintocco, un uccello nero, appollaiato nel bel mezzo della fiamma ardente che corona il grande mausoleo, lancia il suo strido; tamburi invisibili battono ai quattro venti e la campana prende a suonare a martello. Li avete tutti addosso. Niente paura. Buttate sui più vicini qualche manciata di cenere: spariranno in una sulfurea fiammata puzzolente, e ciò terrà in rispetto gli altri. Intanto sarete arrivati davanti alle mura e al ponte levatoio, che naturalmente è sollevato. Versate la cenere rimasta nel mestolo accanto al ponte, poi afferrate il vampiro più vicino e scagliatelo sul mucchietto. La tremenda esplosione vi aprirà un varco. Buttatevi nel fossato e guadagnate la sponda opposta. Accendete le candele, perchè ora vi trovate nella tenebra fittissima che circonda di giorno la città vampira. Correte dritto dinnanzi a voi: dopo qualche lega la nebbia si diraderà e potrete abbandonarvi, esausti, in un campo di stoppie.




Hieronimus               il 2004-10-30 20:22:10      Vampiri

 
Hieronimus



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Il Vampiro

di Charles Baudelaire

Tu che t'insinuasti come una lama
Nel mio cuore gemente; tu che forte
Come un branco di demoni venisti
A fare, folle e ornata, del mio spirito
Umiliato il tuo letto e il regno-infame
A cui, come il forzato alla catena,
Sono legato; come alla bottiglia
L'ubriacone; come alla carogna
I vermi; come al gioco l'ostinato
Giocatore, - che tu sia maledetta!
Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
Di conquistare la mia libertà;
Ed il veleno perfido ho pregato
Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada
Ed il veleno, pieni di disprezzo,
M'han detto: "Non sei degno che alla tua
Schiavitù maledetta ti si tolga,
Imbecille! - una volta liberato
Dal suo dominio, per i nostri sforzi,
Tu faresti rivivere il cadavere
Del tuo vampiro, con i baci tuoi!"



Hieronimus               il 2004-10-30 20:22:52      Vampiri

 
Hieronimus



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Wolfgang Goethe

La fidanzata di Corinto

nella versione di Benedetto Croce


Verso Corinto un giovane d'Atene venía, tra sogni a lungo carezzati. Da un cittadin colà spera aver bene; i due padri d'ospizio eran legati; e figlioletta e figlio, con amico consiglio, per tempo sposi avean tra lor nomati. Ma sarà visto di buon occhio poi, se non compra favor con patti strani? Egli é pagano ancor con tutti i suoi; son essi convertiti e cristiani. Credenza nuova é acerba, e strappa, qual mal'erba, affetto e fedeltà dai cuori umani. La casa immersa nel silenzio trova; dormono padre e figlie, e sola é desta la madre, che l'accoglie, e quanto giova offre, e un'adorna camera gli appresta. Cibo con vino in lieta mostra pone, e, discreta, gli fa saluto e si ritira lesta. Di stoviglie e bicchier lo scintillio non gli stimola voglia di cenare; é stanco, cibo e vin lascia in oblio, e si stende, vestito, a riposare. E quasi al sonno inclina, quando leggiera e fina forma su la dischiusa porta appare. E dell'acceso lume al raggio ei mira, bianco l'abito e il velo, una silente pura fanciulla, a cui la fronte gira nera una fascia, d'oro rilucente. Come di lui fu accorta, sbigottita, ella porta la mano in alto, piccola, candente. "Son io," esclamò, "tosi straniera in casa, che dell'ospite avviso alcun non ho? Cosí negletta al chiostro son rimasal E vergogna or qui provo, io che non sol Ma tu non ti levare, séguita a riposare, ché, come venni, rana me ne vo." "Resta, bella fanciulla!" egli le grida, e, rapido, si toglie via dal letto. "Qui v'ha Cerere e Bacco, e tu mi guida o cara, Amore, e sia il gioir perfetto! Pallida dal terrore tu sei, ma orsú, fa' cuore: gli Dei mostrano a noi lieta l'aspetto!" "Lungi, o giovane, sta': ti ferma. Muto é l'amore per me, da gioie esclusa. L'estremo passa fu per me compiuto, quando la buona madre, inferma, illusa, giurò che, se guariva, la gioventú mia viva, al ciel sacrando, al mondo avrebbe chiusa. E degli antichi Dei già il vario stuolo questo tacito asilo ha disertato. Invisibile un Dio, là in alto, solo, e un Salvatore in croce é venerato. Né toro piú né agnello soggiacciono al coltello: ma il sacrificio umano é più efferato." Egli domanda, e pesa i detti insieme, sillaba non ne perde: "Ordunque," dice, "quella sposa, ch'amai con tanta speme, vedermi innanzi, qui al segreto, lice? Sii mia! ché alla promessa, dai nostri padri espressa, assenti il cielo ed or ne benedice."
"Oh tu non m'otterrai, anima cara! La seconda sorella é già tua moglie. Nelle sue braccia, oh pensa a me, ch'avara chiostra rinserra e ad ogni gioia toglie! Colei ch'a te sol pensa, d'amore in vampa immensa, presto la terra nel suo grembo accoglie." "No, no: non t'ho perduta! Io qui lo giuro per questa fiamma, augurio al dolce rito: gioia rifiorirà nel volto puro, con me verrai, a te per sempre unito< Amore mio, qui resta! Celebriamo la festa nuziale, inattesa, ed il convito." Già si scambiano i pegni della fede; la sua catena d'oro ella gli dona, e coppa che piú bella non si vede darle egli vuol, d'argento, d'opra buona. "Per me, questa non fa; ti prego, altro mi dà: de' tuoi capelli un riccio! m'abbandona!" II tocco, che gli Spiriti rinfranca, batte, e sollievo par le infonda l'ora. Avida, ella sorbi con bocca bianca il vin, che nero in sangue si colora. Ma del pan della spica, ch'egli con mano amica le offriva, il labbro sua nulla disfiora. Ed al giovane porge la bevanda, ch'egli, ingordo, tracanna giú d'un sorso. Nella segreta cena, amor domanda; d'amor lo punge acuta al seno il morso. Ma piú volte é respinto, e alfin, d'affanno vinto, si piega al letto, e al piangere dà corso. S'accosta, e accanto a lui cade in ginocchi, "Oh, quanto soffro a questi tuoi tormenti! Ma se le membra mie tu avvien che tocchi, quel ch'io t'ascosi, con terror tu senti! E' come neve candida, ma come ghiaccio gelida, colei che tu d'amare t'accontenti." Impetuoso allor, con forza salda ~iovanile, ei la stringe tra le braccia: 'Qui, sul mio petto, presto sarai calda, pur se ritorno dalfavel tu faccia! Baci a mille profusi! Aliti insiem confusi! Senti fardor che il gelo tuo discaccia?" Amore in nodi l'uno e l'altra ha stretti; le lacrime si mischiano al godere; cupida sugge dai labbri diletti le fiamme: l'un nell'altro ha il suo piacere. Quella rabbia d'amore le dà' al sangue calore, ma non le sveglia il cor dal suo tacere. Frattanto, alfopre della casa intenta, la madre, ad ora tarda, attorno gía; presso (uscio s'arresta, e origlia attenta lo strano suono che di là s'udía: gemiti sospirosi, baci, strette di sposi, de (ebbrezza d'amor la frenesia. Immota vi s'indugia, perché vuole quanto accada comprender chiaro e netto; e tutte le piú tenere parole, giuri, carezze, ascolta con dispetto. "Zitto! del gallo il canto!" "Ma doman notte accanto a me di nuovo?" E il bacio segue al detto. Non trattien piú lo sdegno, e gira raffa nella toppa la chiave, e in modi alfieri: "Vi son dunque, in mia casa, di tal fatta donne, pronte al desio dei forestieri?" Ed entra e guarda, e oh Dio! vede con brividio la sua figliuola, nel chiaror de' ceri! Il giovane, smarrito, trepidante,
velo, tappeto afferra; e già involgeva, con quei drappi celandola, l'amante; ma d'un colpo ella stessa via li leva. Di sputo con possanza, in aperta sembianza, lunga e lenta dal letto si solleva. "Madre! madre!" le parla in cupo suono, "mi spezzate cosí la notte bella? Cosí, via dal tepor, cacciata sono? Sol disperarmi! La mia sorte é quella? Non vi basta che immota, rigida spoglia, vuota, uscir già mi vedeste dalla cella? Ma una legge a me propria mi sospinge su dal grave coperchio della fossa; nenia de' vostri preti non m'attinge, preci e scongiuri lor non hanno possa. Acqua mista con sale cuor giovane non vale a raffreddare: amor fremono fossa. Questo giovane a me fu già promesso, quando serena Venere regnava. 0 madre, voi rompeste il patto espresso; falso, straniero voto vi legava. Ma nessun Dio dà ascolta al giuramento stolto, che la figliola strappa dall'amplesso. Dalla tomba mi levo a ricercare il bene, che mi manca, dell'amore; il mia sposo perduto ad abbracciare, ed a suggere il sangue del suo cuore. Quando questi é spacciato, presto un altro é trovato, e i giovani soccombono al furore. Bel giovane, non puoi viver piú a lungo! In questo loco stesso languirai. A me con la catena ti congiungo, il tuo ricciolo meco mi portai. Guardalo: l'ho tra mani; grigio sarai domani, e bruno sol di là ti rifarai. Accogli, madre or l'ultima preghiera: un rogo tu disponi in brevi istanti; apri la mia casetta angusta e nera, e nelle fiamme dà pace agli amanti! Dalla bragia splendente, dal cenere rovente, ai nostri vecchi Dei n'andremo innanti."



Hieronimus               il 2004-10-30 20:23:39      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Io sono leggenda

E siamo al testo probabilmente più originale e nuovo che il vampiro abbia ispirato alla narrativa moderna: lo sono leggenda (1954), di Richard Matheson, noto come sceneggiatore e scrittore per la TV oltre che come romanziere di fantascienza. Si tratta della storia di Robert Neville, l'unico uomo non contaminato da una misteriosa epidemia che ha trasformato gli uomini in vampiri. L'esistenza di Neville è monotona e paurosa: di giorno egli può aggirarsi liberamente, in automobile, per città e campagne, uccidendo tutti i vampiri addormentati che riesce a trovare e procurandosi scorte di cibo, carburante, eccetera; ma deve stare attento a tornare entro il tramonto alla sua villetta fortificata, nella quale verrà assediato per tutta la notte dai vampiri assetati e furiosi. La vita di Neville, ripetitiva e pericolosa, viene sconvolta dall'apparizione di due creature non contagiate: dapprima un cane, quindi una donna. Nel frattempo Neville scopre che i vampiri, in realtà, rispondono a due tipologie differenti: quelli tradizionali, gli autentici non-morti, e i vampiri finti, cioè malati mentali che, trascinati dalla presenza dei veri vampiri, immaginano di esserlo essi stessi, arrivando a nutrirsi senza ripugnanza di sangue. Alla fine Neville sarà catturato da questi ultimi, che però non oseranno toccarlo: egli è ormai una leggenda... Si tratta di un testo agile, costantemente vigilato dall'intelligenza di chi scrive, che traspare soprattutto nella descrizione delle monotone giornate di Neville (la sfida suprema per un narratore: far agire e pensare un uomo solo), e nella fine descrizione del difficile e complesso contatto emotivo che Neville deve creare - o ricreare - con il cane, e con la donna. Il romanzo, inoltre, oltre che sul piano della suspence e della tensione emotiva, funziona anche come allegoria: vi si può leggere, infatti, un'agghiacciante metafora dell'incomunicabilità, della solitudine del cuore e dell'intelletto cui ciascun essere umano è condannato a priori, fin dalla sua apparizione sulla terra. Il taglio psicologico della tematica è ripreso da Matheson anche in un breve e terribile racconto, Bevi il mio rosso sangue (1951). È la storia di un ragazzo psicopatico, che fin dalla prima infanzia evolve la sua personalità nella direzione della necrofilia e della necrofagia, di atteggiamenti sadici e masochistici insieme. Egli guarirà d'improvviso dalla sua psicopatia solo dopo essersi ferito a morte, e aver offerto il suo sangue a un pipistrello vampiro.



Hieronimus               il 2004-10-30 20:24:09      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Dracula Unbound

Dracula del futuro. La fantascienza si sposa all'horror, ed al mito del vampiro, in particolare, in un connubio riuscitissimo. Tutto inizia con il misterioso ritrovamento di uno scheletro, che la datazione al radiocarbonio fa risalire a 65 milioni di anni fa. Un vero e proprio choc per la comunità scientifica, ma lo choc aumenta quando nello scheletro viene ritrovato un proiettile d'argento. Inoltre fanno brevi e fantasmatiche apparizioni nel nostro mondo degli strani treni, occupati da misteriose figure simili ai tradizionali vampiri. Joseph Bodenland, l'eroe del romanzo, con l'aiuto della sua macchina del tempo, scoprirà che si tratta proprio di treni temporali, su cui viaggia l'antichissima stirpe dei vampiri, allo scopo di perpetuare e diffondere il contagio del vampirismo. Si sposta così anche al 1897, recandosi da Bram Stoker, per scoprire che oltre ad esseele l'autore di Dracula è anche un acerrimo nemico dell'autentica razza dei vampiri; il romanzo non è che un mezzo moderno per combatterli. Alla fine Bodenland e i suoi collaboratori arretreranno nel tempo fino a 65 milioni di anni fa, scoprendo che i vampiri sono i discendenti di predatori alati del mesozoico, e che l'unica soluzione al problema sta nel tornare nel passato col carico di morte di una bomba atomica. I risultati dell'esplosione saranno, oltre alla distruzione della razza vampirica, l'estinzione dei dinosauri e la comparsa della baia di Hudson. Romanzo sicuramente affascinante che riesce a ricreare il mito in modo suggestivo ed originale ( Dracula vive nel tempo stesso del suo creatore ) omaggiando i grandi miti letterari moderni, grandi archetipi di riferimento attorno a cui si è costruita buona parte della letteratura fantascientifica (cui Aldiss ha dedicato anche alcuni straordinari saggi storici e critici).



Hieronimus               il 2004-10-30 20:24:53      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Fenomeni vampireschi

In ogni caso tutti questi romanzi sui vampiri in causa condividono un altro tipo di mobilità 'fenomenale': si spostano rapidamente da un avvenimento all'altro, sospinti da una serie di confronti sempre più serrati tra eroi e vampiri. Sono fitti, mutevoli ed eccitanti, e spesso alquanto voluminosi: Carrion Comfort (1989) di Dan Simmons raggiunge quasi le 1000 pagine. Strutturalmente, essi contengono di solito due (a volte tre) storie parallele e saltano da una all'altra con una serie di brevi sequenze 'cinematografiche'. Man mano che i romanzi acquistano impeto, ogni sequenza approda alla descrizione di un orrore che è in procinto di accadere, ma che viene lasciato in sospeso, per poi spostarsi su di un altra storia e arrivare a un'analoga descrizione di un evento senza comunicarne l'epilogo. La loro suspense deriva da questo continuo saltare da una storia all'altra, dove le spiegazioni dell'orrore in procinto di verificarsi sono sempre temporaneamente posticipate. In questo senso, e per via dell'ampiezza della loro scala, alcuni di questi romanzi hanno molto in comune con i moderni thriller internazionali (al romanzo di Simmons, in particolare, manca ben poco per essere un thriller). Il loro principale interesse è rivelare un orrore sottostante che guida o manipola gli avvenimenti superficiali. Questo orrore è quasi invisibile ma ciò nondimeno onnipresente; solo alcuni personaggi possono vederlo realmente 'per ciò che è'. Questi romanzi dissotterrano, nel caso di Aldiss letteralmente, qualcosa che opera sotto la superficie, ma che contribuisce a rendere reale la superficie. In altre parole, essi operano, come i thriller, creando una coscienza paranoide che viene poi usata in senso costruttivo. Gli eroi sono dotati di questa coscienza paranoide o, per lo meno, possono essere convinti di possederla. Devono poi confrontarsi con altri personaggi che, al contrario, non sono sufficientemente paranoici. Per esprimerlo nei termini usati precedentemente in questo testo, gli eroi, come Van Helsing di Dracula, hanno una sorta di 'mente aperta', che consente loro di credere all'incredibile e di agire di conseguenza. .....omissis....In Carrion Comfort la faccenda è complicata dal fatto che gli stessi 'buoni' possono essere vampiri, come l'agente dell'FBI Haines. La coscienza paranoide opera in questo romanzo a un livello convenzionale, poiché mostra il suo più temibile vampiro nei panni di un criminale di guerra nazista, inseguito da uno psichiatra ebreo che, assistito dal famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, non dubita dell'identità della sua preda quando finalmente la vede. .....omissis...... È proprio la mobilità dell'identità nel mondo moderno che permette il prosperare della coscienza paranoide e di questi romanzi sui vampiri. ....omissis.....Ma la relazione di King con l'orrore può anche essere legata alla sua precipua funzione di scrittore e lettore di romanzi dell'orrore. King ha commentato tre dei più noti classici ottocenteschi dell'orrore, Frankenstein di Mary Shelley, Dracula di Stoker e Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Sig. Hyde di R.L. Stevenson e ha contribuito alla loro canonizzazione ancora in corso. Egli suggerisce che questi tre romanzi attingono allo stagno mitico degli archetipi dell'orrore, uno stagno mitico in cui «tutti noi... ci siamo bagnati insieme» per darci tre immagini del male: la Cosa, senza-nome, il Vampiro e il Lupo mannaro (il romanzo di Stevenson è concepito come una versione del mito del lupo mannaro). Questi romanzi possono certo esprimere l'indicibile e leggerli può certo essere un esercizio catartico. Il problema, secondo King, come ho già sottolineato, è che noi («tutti noi») non ci siamo limitati a 'bagnarci' nelle immagini che questi romanzi ci offrono. Come lettori ce ne siamo saturati. Di nuovo King presenta se stesso come un caso esemplare: la sua familiarità con la letteratura dell'orrore diviene un fatto generazionale, tipico dei 'bambini di guerra'. È interessante seguire la sua argomentazione. Come la realtà, noi conosciamo fin troppo bene queste immagini della letteratura dell'orrore, ne sappiamo troppo. La letteratura dell'orrore sembrerebbe essere la letteratura dell'esaurimento: come potrà mai tornare a esserci non familiare? Ovviamente non può, specialmente se viene letta in termini di 'archetipi' che essa è sempre condannata a ripetere. Ma il romanzo di King sui vampiri, Salem's Lot (1975), fornisce per lo meno un tipo di strategia alternativa. Trasforma in una virtù la familiarità col genere vampiresco: sapere troppo sui vampiri è inquietante, è vero, ma in ultima analisi permette di salvarsi. King mostra che la cittadina di Salem's Lot è vulnerabile ai vampiri a causa del suo isolamento dalla realtà, specialmente quella relativa all'attività politica americana: «La conoscenza di Lot della sofferenza del paese era accademica. Lì il tempo seguiva altre scansioni. Niente di troppo sgradevole poteva accadere in una cittadina tanto graziosa. Non lì» (King, 1977, pag. 33). Il passo permette di prendere almeno due posizioni sul reale, che sono state importanti per molte delle opere dell'orrore. Il 'reale' è svuotato per poter ritornare (più intenso e inquietante) come il 'represso' di Salem's Lot. L'isolamento della città le consente di conservare le proprie illusioni; essa è dunque pronta per la disillusione. Tuttavia, in questo contesto, la città non è insolita, bensì tipica, 'tipicamente americana'. L'affermazione che la sua conoscenza del reale è 'accademica' favorisce questa ambiguità: forse questa città sa di più delle altre e non il contrario. Punti successivi del romanzo lo chiariscono: «La città conosceva la tenebra», benché fosse riluttante a «guardare in faccia la Gorgone». Salem's Lot è quindi in grado di manipolare due concezioni della piccola città americana: essa è insolita in quanto isolata dal 'reale' (che pertanto può 'ritornarvi'); ed è tipica in quanto nel suo isolamento conosce il reale che sta per prenderne possesso e che, forse, l'ha sempre posseduta (non da ultimo mediante la storia della casa Marston). Pertanto essa può operare come un'allegoria del contemporaneo, rispondendo, in particolare, alle disillusioni 'tipiche' del coinvolgimento dell'America post-Vietnam (al quale vien fatto riferimento più volte) e al tempo stesso può disconoscere il proprio status allegorico, in quanto viene anche preservata la sua non tipicità, e quella del vampiro. Infatti per il romanzo la nozione di una conoscenza 'accademica' della 'realtà' è molto importante. Ognuno dei suoi tre eroi è concepito in questi termini. Matt, un «metodista non praticante» scapolo insegna letteratura inglese alla locale scuola superiore. A un livello, il background letterario di Matt gli permette di distinguere tra fantasia e realtà; a un altro livello, esso rappresenta l'unica fonte di credenza che gli resta, come egli riconosce quando vede una delle vittime del vampiro: Ciò che pensi è follia. Ma a poco a poco era stato costretto a ricredersi. Ovviamente, essendo un uomo di lettere, quella fu la prima cosa che gli era venuta in mente... Graffi? Quei segni non erano graffi. Erano fori. Gli avevano insegnato che quelle cose non esistevano; che cose come la 'Cristabel' di Coleridge o il racconto del male di Bram Stoker non erano che ordito e trama della fantasia. Certo, i mostri esistevano: erano gli uomini che tenevano il dito sui pulsanti dei dispositivi termonucleari in sei paesi, i dirottatori, gli assassini delle masse, i molestatori di bambini. Ma non questo. Se ne poteva dare una spiegazione migliore. Il marchio dei diavolo sul petto di una donna è solo un neo, l'uomo che resuscita presentandosi alla porta della moglie vestito col sudario soffre semplicemente di atassia locomotoria e lo spirito che borbotta e saltella nell'angolo della stanza di un bambino non è che un cumulo di coperte. Alcuni sacerdoti avevano proclamato che persino Dio, quel venerabile stregone bianco, era morto. Era quasi ridotto allo stremo. In effetti, Matt e i vampiri sembrano essere fatti l'uno per gli altri, proprio perché il vampiro stesso è una creatura letteraria: Era ovvio che quando i problemi sarebbero sopraggiunti, grandi problemi, avrebbero preso quella forma onirica, minacciosamente fantastica. L'esperienza di tutta una vita lo aveva preparato a occuparsi di forme simboliche che apparivano alla luce della lampada di lettura e scomparivano all'alba. Anche il secondo eroe, Ben, possiede un background letterario. Come molti dei protagonisti di King, egli scrive romanzi popolari. Tuttavia in quanto forestiero è soggetto, a Salem's Lot, al sospetto. La sua amicizia con Matt è eccezionale in questo contesto e deriva dalla loro comune capacità di credere all'incredibile, in quanto a entrambi già familiare...omissis.......La propensione di Ben a credere contrasta con l'atteggiamento della sua fidanzata, Susan, il cui 'scetticismo' la porta alla morte. In questo romanzo la credenza mette insieme solo gli uomini e i ragazzi. Il terzo eroe è Mark, un adolescente che, come i fratelli Frog in The Lost Boys, è completamente immerso nel genere dell'horror popolare. Si distingue dai due uomini perché interessato non tanto alla letteratura, ma alle riviste ed ai film, la 'cultura bassa'. Tuttavia la sua conoscenza è persino più 'accademica' della loro: in quanto fan, egli conosce il proprio materiale tanto intimamente quanto scientificamente: lo conosce fin troppo bene. Ogni personaggio dunque, per riprendere l'espressione precedente, è mostrato saturo di conoscenze letterarie e di bassa cultura popolare. Queste conoscenze sono applicate al vampiro, e i tre eroi riescono insieme a distruggerlo. Nel processo, essi creano quello che un personaggio definisce «un sogno paranoide»: date le fonti delle sue molteplici conoscenze 'accademiche', non sorprende che il romanzo sia altamente conscio della fantasia paranoide che crea. Sarebbe possibile trovare nel romanzo una certa omofobia: il suo vampiro, tedesco di nascita, è mostrato «quasi effemminato» e Matt e Ben si divertono al pensiero che la gente della città possa prenderli per una «coppia di gay». King uccide il suo vampiro; anche Matt muore prima che l'intimità con Ben («tra uomini») divenga pericolosa. Il romanzo termina occupandosi invece dello sviluppo della relazione tra Ben e Mark, l'adolescente. Questa relazione è descritta nei termini di una relazione padre/figlio, ma opera anche come proiezione della relazione tra lo scrittore e il lettore. Matt era più vecchio di Ben; in quanto insegnante di 'arti liberali', egli era legato a tipi di letteratura non più in circolazione, ma che continuavano a esercitare la propria influenza. Mark, d'altro canto, non legge quasi romanzi, ma tiene in camera riproduzioni del mostro di Frankenstein, di Mister Hyde e di Dracula e pertanto (per il suo grande interesse per la cultura popolare contemporanea) si situa nella tradizione dell'horror popolare 'classico' o canonizzato. Ben, lo scrittore, media tra questi due personaggi: è indebitato con Matt e la sua cultura letteraria per il ceto medio (e perfino per quello elevato), ma assicura che Ben rimanga entro la cornice della letteratura popolare. Salem's Lot, in altre parole, dimostra l'influenza paterna della letteratura popolare su di un regno di cultura bassa che potrebbe altrimenti essere da quella oscurato, un regno al quale gli adolescenti sono supposti rivolgersi. Nel romanzo tutte le conoscenze sono localizzate in una tradizione 'classica' di letteratura popolare e di letteratura influente anteriore che, come suggerisce il romanzo, i giovani possono ereditare. Queste tradizioni vengono mostrate come vive e organiche e in grado di produrre conoscenze riscattabili. Il romanzo, in breve, immortala se stesso trasformando la letteratura popolare in un discorso letterario impegnato e riscattabile che dirige ogni cosa e a cui ogni cosa, in ultima analisi, deve ritornare. Perfino il vampiro quando muore ha un «odore ammuffito da biblioteca» e le sue ossa si sfaldano «come matite».

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Hieronimus               il 2004-10-30 20:26:47      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Carrion Comfort (Benessere putrido) di Dan Simmons

.....omissis....... Carrion Comfort è essenzialmente una fantasia di controllo, o meglio è l'analisi di una fantasia di controllo. Esso introduce un consorzio di vampiri mentali aristocratici, persone in grado di controllare gli altri entrando nelle loro menti. Due vampiri mentali occupano un posto centrale nella storia: Melanie, che è talvolta il narratore, e Willi Borden. Benché si conoscano intimamente, nel complesso i loro racconti si escludono a vicenda e si sovrappongono alla fine solo per un breve tratto. La storia di Melanie, che riguarda la sua lotta contro una vampira mentale sua ex rivale, Nina, è nel complesso localmente circoscritta, essendo ambientata a Charleston e nei dintorni e poi nella sua «casa degli orrori» (Simmons, 1990, pag. 843) a Germantown, in Pennsylvania (la Transilvania americana?) Melanie uccide un negro in una battaglia; di lì a poco la figlia oltraggiata di questi, Natalie Preston, si unisce allo sceriffo Bobby Joe Gentry per combatterla. Questa storia spazialmente circoscritta si svolge a livello della strada: Natalie e Gentry operano con una banda di giovani neri contro Melanie, per la quale i neri «non contano niente» e contro le persone che essa controlla spietatamente. Incontrano Saul Laski, uno psichiatra ebreo che abita a New York e che, guarda caso, è impegnato in un programma molto più esteso di vendetta contro Willi Borden. Borden è anche Herr Von Borchert, un nazista privo di coscienza per il quale gli ebrei non contano niente, che Saul aveva incontrato durante il suo internamento in un campo di concentramento. Ora Borden è un membro del Club dell'Isola, un gruppo di potenti vampiri mentali americani di destra, che dirigono grandi corporazioni che si divertono esercitando sport di sangue con vittime umane. Il Club dell'Isola è in grado di controllare segretamente gli eventi a livello globale, di manipolare la politica estera americana; i suoi membri vengono anche indicati come responsabili di crimini reali, come l'assassinio di John Lennon. Saul, Natalie e Gentry, che spesso si adoperano insieme contro questi vampiri mentali, sono la versione, in questo romanzo, della squadra della Luce. In particolare Saul corrisponde a Van Helsing: è uno psichiatra che pratica l'ipnosi ed è pronto a credere all'incredibile, ovvero a strutture profonde di attività normalmente invisibili. I suoi ascoltatori più bendisposti sono i membri del Mossad, il servizio segreto israeliano che, proprio a causa della sua «lunga storia di paranoia», è facilmente persuaso della realtà dei vampiri mentali. Benché questi personaggi operino congiuntamente, le due storie restano ben distinte, specialmente per quanto riguarda il genere sessuale: Natalie è il fulcro della lotta circoscritta con Melanie (Gentry viene ucciso durante questa lotta), mentre Saul viene alla prese con Willi Borden in un'arena più internazionale. Fatto interessante, Melanie sopravvive, Willi no; alla fine del romanzo essa resta come una possibile minaccia, mentre la storia che ha per protagonisti i due uomini termina in modo trionfale. Queste lotte dal ritmo rapido dominano Carrion Comfort, rendendolo forse il «miglior libro da leggere tutto in un fiato che mai sia capitato tra le mani dei fan dell'orrore» (Morris,1990-1, pag. 16). E denso di avvenimenti vivacemente illustrati, e nelle sue descrizioni di squartamenti e morti si avvicina molto a ciò che viene attualmente chiamato splatterpunk. Ma è anche un romanzo contemplativo, che offre una serie di spazi dove i personaggi, specialmente Saul, possono riflettere su argomenti che influenzano direttamente l'azione e sulla funzione del romanzo come opera popolare. Saul ha scritto un libro chiamato La patologia della violenza, uno studio su come gli individui possono essere programmati per commettere atti di violenza. Il 'programma' è visto operare a livello individuale piuttosto che sociale, per cui una persona può essere direttamente influenzata da un'altra. Il saggio esamina sostanzialmente il potere del 'carisma': ....omissis......La tesi di Saul può essere formulata grazie all'esistenza di vampiri mentali 'reali'; la finzione, in altre parole, la rende vera. In effetti questa tesi è particolarmente adatta per la letteratura popolare, che occupa una posizione meno razionale rispetto, per esempio, alla scienza, sicché scienziati come Saul (e, per la stessa ragione, Van Helsing) devono necessariamente essere mostrati ascientifici. La tesi di Saul può essere 'bizzarra' nei circoli scientifici, ma nel regno della letteratura popolare è perfettamente credibile. La tesi è evoluzionista, in quanto postula che alcune persone, quelle 'carismatiche', le «personalità alfa», salgono fino alla sommità della scala, mentre altre, le persone del «livello zero», rimangono in basso, sottosviluppate, moralmente vuote, risospinte verso un momento preistorico. I vampiri mentali sono visti in questo modo: 'carismatici', capaci di dominare gli altri. La parte superiore e quella inferiore di questa scala evolutiva si confondono una con l'altra: Hitler era una «personalità alfa» o una persona «di livello zero» o entrambe le cose? Saul, Natalie e Gentry, comunque, costituiscono un'alternativa a questi due estremi che permette di paragonarli agli eroi liberali di Stephen King. Saul è docente universitario a New York; anche Natalie ha un'istruzione universitaria e insegna, e Gentry, benché faccia lo sceriffo, è laureato in scienze umanistiche alla Duke University. In altre parole, tutti e tre condividono una particolare 'tradizione' pedagogica: classe media e non élite, responsabili e non amorali, con una mente lucida e non maniacale. Ciò nonostante, essi vengono attratti nel regno di quegli estremi, avvicinandosi in qualche modo, come occasionalmente riconoscono, ai vampiri mentali contro cui combattono. Anch'essi sono capaci di diventare maniacali, violenti e carismatici. Ovviamente per funzionare il romanzo ha bisogno di entrambi gli estremi, la posizione amorale dei suoi vampiri mentali e quella responsabile dei suoi eroi. Vuole essere violento e parlare contro la violenza, come fa Saul nelle sue lezioni sui moderni film dell'orrore. In Carrion Comfort la violenza è pertanto messa in atto coscientemente: si è incoraggiati sia a farne spontaneamente esperienza, come poi capita, sia a raggiungere rispetto ad essa una distanza critica (o morale); ma una distanza critica che non elimina il desiderio di farne di nuovo esperienza. Il romanzo sostiene che la violenza è come uno 'stupro', uno stupro mentale, ma induce anche al 'vizio'. ...omissis......



Hieronimus               il 2004-10-30 20:27:21      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



Dracula Unbound (Dracula svincolato) di Brian Aldiss

....omissis..... Ma Dracula Unbound si muove anche nel tempo, prendendo avvio nello Utah nel 1999. Inoltre esso si muove liberamente avanti e indietro tra finzione e 'realtà', in un mondo dove Bram Stoker diviene un personaggio proprio come Dracula. Tutto ciò sembrerebbe liberatorio: il romanzo 'svincola' Dracula con questo tipo di rielaborazione. Ma, in un senso importante, il progetto è anche costrittivo: il romanzo di Stoker non viene 'svincolato', ma piuttosto riadattato. Joe Bodenland, a un certo punto il suo nome viene scambiato per Borderland (terra di confine), è uno scienziato, nonché direttore di una grande società di Dallas, nel Texas. Il suo socio Clift, un archeologo, ha scoperto i corpi conservati di due vampiri, un uomo e una donna, che risalgono a 65,6 milioni di anni fa. Nel frattempo Joe ha creato una 'macchina del tempo' in grado di rimandare nel passato rifiuti tossici. Joe è sposato con Mina Legrand; il loro figlio, Larry, è fidanzato con Kylie, dalla quale Joe è sessualmente attratto. Clift e Joe si imbattono in uno strano 'treno fantasma' che, come si scopre, viaggia nel tempo e trasporta vampiri, le «creature fugaci». Questo «treno dei non morti» (Aldiss,1992, pag. 84) offre ai due personaggi una «percezione panoramica» particolarmente ampia, mentre in un certo momento ritornano ai tempi preistorici, in un altro nell'Inghilterra ottocentesca (per far visita a Bram Stoker) e in un altro ancora in Libia, nella Tripoli nel 2599 a.C. Si scopre che la macchina del tempo di Joe ha fornito la tecnologia necessaria per costruire il treno dei vampiri, permettendo a questi ultimi di combattere con gli essere umani per ristabilire la loro giusta posizione di dominatori. Dopo aver incontrato Bram Stoker, Joe compie un viaggio nel futuro per andare a prendere una potente superbomba all'idrogeno che poi riporta nella preistoria. II suo problema finale, che sottopone alla sua famiglia, a Stoker e a un altro personaggio, è decidere se far scoppiare la bomba, che distruggerebbe i vampiri, prima che siano in grado di viaggiare nel tempo, ma anche ogni altra forma di vita e farebbe sprofondare il mondo in un'era glaciale. Il romanzo è pertanto una 'fantasia di controllo' su ampia scala. Joe è in grado di vedere che cosa potrebbe accadere al pianeta e anche di prevenirlo. Egli possiede una visione delle cose interamente 'panottica' e 'flàneuriana' (nonché paranoide): la sua «percezione panoramica» lo rende capace, modificando lievemente l'espressione di Dana Brand, di dominare l'ambiente globale. Joe è un altro scienziato con una «mente aperta» ('ascientifica'), adatta per la finzione; come dice a Stoker, «io provengo da un'epoca in cui si può credere a tutto». Per contro, Van Helsing, un personaggio del romanzo al pari di Stoker e Dracula, non crede ai vampiri: Aldiss lo introduce soltanto per renderlo ridondante. Joe è anche contrapposto a Kylie che va «pazza per la religione». In questo romanzo gli uomini sono votati alla tecnica, le donne allo spirito e al sesso. Così, quando sogna di essere avvicinato da tre donne vampiro, come Harker nel romanzo di Stoker, in una di esse Joe riconosce Kylie. Il romanzo introduce anche una donna vampiro, Bella, che corrisponde alla Lucy di Stoker. Inoltre Mina diviene un vampiro e suo figlio, Larry, fa sogni erotici dove appare lei. Florence, la moglie di Stoker, d'altra parte, sta sullo sfondo, e si limita ad alludere enigmaticamente alla passione del marito per le ragazze giovani, e alla sua sifilide. Stoker vede i vampiri proprio in questo modo, come un virus che porta la sifilide, come una malattia trasmessa per via eterosessuale, come parassiti/donne dai quali gli uomini sono fatalmente attratti. Il romanzo sembra prendere una direzione diversa. Il conte Dracula ha due corni in testa, come il dio Pan: i vampiri sono la Natura nella sua forma 'originaria' e molto più antichi dell'umanità. Questo stadio pre-umano implica anche che i vampiri «non hanno una reale individualità»; in tal senso essi sono sottosviluppati, analogamente alle persone del 'livello zero' di Simmons e funzionano come una sorta di comunità organica unificata con una «mente unidirezionale»; hanno un'ideologia comunitaria, piuttosto che democratica. Stando al romanzo, l'individualismo sopraggiunse con il Cristianesimo, e questa è la ragione per cui i vampiri odiano tanto la croce. Credere ai vampiri (Joe è costretto a riconoscerlo) implica anche credere nel Cristianesimo. In altre parole egli deve divenire 'religioso' (anche se solo per un momento), come Kylie. Il credere qui è femminilizzato, ma è anche concepito come pre-illuministico e irrazionale, un 'regresso' sulla scala evolutiva. In breve, è associato ai vampiri stessi. Lo scetticismo scientificamente fondato di Joe è minacciato dai vampiri, a cui egli deve credere per poterli distruggere, e dalle donne, con cui deve imparare a convivere. Questa è la 'spinta' irrazionale che trasforma questo romanzo d'avventura un po' macho in fantascienza; ciò è quanto resta di scientificamente inspiegabile in un romanzo che vuole spiegare ai suoi lettori il più possibile tramite la scienza. Questa 'spinta' va contrastata, ma è anche incontrastabile. Essa opera contro le ideologie 'progressiste' da cui quest'opera di fantascienza (come la maggior parte delle opere di questo filone) dipende. Tuttavia, esercita un certo fascino. In questo contesto viene sollevata la questione dell'incesto. Dracula chiama Bella la sua «sposa e figlia»: egli è incestuoso 'per natura'. Anche l'attrazione di Joe per Kylie, che nei suoi sogni notturni è un vampiro, è incestuosa. La scienza può localizzare la fonte di quest'attrazione, ma essa è troppo primitiva per essere spiegata: ...omissis.......Questa visione del vampiro e della donna come vampiro è certamente eterosessista; il romanzo prosegue prendendoli entrambi come una sorta di sintomo originario che produce ansia, in un senso non molto lontano da quello di Joan Copjec, discusso nel terzo capitolo. Il mondo preistorico dei vampiri è anche il mondo pre-edipico, dove ogni cosa sta con ogni altra in un reciproco 'equilibrio' ecologico. li genere umano (gli uomini) hanno turbato quel mondo, portando lo squilibrio. Ma questo squilibrio è associato a ciò che distingue gli esseri umani dai vampiri o, in questo contesto collegato, gli uomini dalle donne: l'individualismo. La questione, tuttavia, è complicata dalla discussione intorno alla decisione di Joe di far scoppiare o meno la super-bomba all'idrogeno. I personaggi la mettono ai voti per essere democratici. I quattro uomini sono per farla scoppiare; Mina tentenna, ma alla fine si dichiara d'accordo con loro; Kylie, invece, si oppone fermamente a quella decisione. Inizialmente la sua opposizione ha motivazioni religiose: lei crede che sia sbagliato. Più avanti, tuttavia, la motivazione sembra più cinica: ....omissis......



Hieronimus               il 2004-10-30 20:28:06      Vampiri

 
Hieronimus



Knifnil fior di Zucca*



La figura del vampiro nella letteratura moderna

Tra le figurazioni di origine mitico-folklorica che si sono imposte e diffuse nella moderna narrativa (ma anche nella poesia, come vedremo), quella del vampiro è certo la più sfruttata, con gli esiti contenutistici e artistici più diversi. Per restare al piano letterario, che ci compete in questa sede, i romanzi ispirati alla figura del vampiro si contano a decine, e a svariate centinaia i racconti. L'elenco, poi, si allunga a dismisura se prendiamo in considerazione - come sembra legittimo fare - le storie di vampirismo psichico , in cui il nutrimento del vampiro non è la tradizionale emoglobina, ma la totalità delle energie psicofisiche delle vittime. L'indiscusso primato del vampiro, la sua onnipresenza è confermata, quindi, dalla sua capacità di contaminare le altre figure, di sovrapporsi ad esse, imponendo il proprio spessore semantico e immaginifico. E' il caso, per esempio, della belle dame sans merci, la donna pericolosa in virtù della sua bellezza e capacità di seduzione, sotto cui si nasconde una voracità sensuale ed emotiva che si esprime, per naturale osmosi tematico-figurativa, nella creatura vampirica. ....omissis......Ma il vampiro, nella sua connotazione letteraria, e successivamente cinematografica, delineata perfettamente dal Dracula di Bram Stoker - di cui ovviamente riparleremo - è mito moderno; trae certo alcuni dei suoi caratteri dal mito classico, ma per altre caratteristiche rinvia al differente contesto socio-culturale. Quali sono, innanzitutto, i miti moderni? Ci stiamo riferendo, beninteso, al contesto artistico, e letterario in particolare, come quello capace di far rivivere, e anzi di rinnovare, un'antica - o meno antica - narrazione mitologica. .....omissis..... Oltre a Dracula il vampiro, ci sembrano degne della qualificazione di mito moderno anche le storie di due famosi dottori: Faust e Frankenstein. Questi ... temi ........acquistano grande diffusione in seguito alle fondamentali opere, rispettivamente, di Stoker, Goethe e Mary Shelley; ma tutt'e tre hanno un ben preciso retroterra nel folclore e nella tradizione popolare. ......omissis....... Questi miti moderni, dunque, si richiamano a un retroterra popolare che ne conferma la carica archetipica, espressa nella capacità di queste narrazioni di toccare profondamente il lettore o ascoltatore, di portarlo (ci permettiamo di spostarci nell'area delle categorie estetiche di Burke e di Kant) nelle regioni del sublime, che si trovano "al limite del desiderio umano", rispondendo cioè alla volontà dell'uomo di trascendere i suoi limiti, di giungere a un superamento di sé che si esprima nelle forme di una nuova capacità demiurgica, pressoché divina (Frankenstein), nella realizzazione terrena di tutte le proprie potenzialità artistiche o scientifiche (Faust), ovvero nel superamento stesso della morte, sia pure in una forma aberrante e sostanzialmente portatrice di infelicità (Dracula).



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