Il mercato delle principesse

Il matematico Godfrey Hardy, parlando con l’amico e celebre matematico Srinivasa Ramanujan ebbe a dire:`Sono venuto sul taxi numero 1729. Mi sembra un numero piuttosto insulso’. Al che Ramanujan replicò: ‘Ma no! un numero molto interessante: è il più piccolo numero esprimibile come somma di due cubi in due modi diversi’.

L’aneddoto di Ramanujan ci insegna che in fondo non esistono numeri insulsi, basta scavare un po’ e si trovano speciali qualità in qualsiasi numero.Allora, mi sono chiesto se questa cosa vale anche per i giornali quotidiani: non sempre la prima pagina reca una clamorosa notizia e, se è passato più di un secolo, un vecchio giornale come il n. 14047 del “Diario de Noticias” – arrivatomi dai nonni chissà per qual via – potrebbe risultare del tutto insulso. Tanto più che la notizia di prima pagina non è la guerra russo-giapponese o le sommosse dei primi soviet ma quello che sembra un semplice gossip, la visita del Duca di Connaught a Lisbona.

Come per il 1729 di Ramanujan, anche questo numero del “Diario” è  invece un interessante concentrato di storia e politica dell’epoca, incentrato nei quattro ritratti incisi su acciaio che campeggiano sulla prima pagina, firmati da Ascenso.

Il Duca di Connaught, figlio della regina Vittoria e nipote del Duca di Wellington, sarà vicerè del Canada qualche anno dopo e la Duchessa era nipote dell’Imperatore di Germania Guglielmo I: ma la ragione per cui stavano girando l’Europa era la “vendita” delle loro due belle figlie, Margaret e Patricia su ordine del re Edoardo VII d’Inghilterra.Era la politica estera “matrimoniale” dell’epoca e le due duchessine andavano piazzate nei posti giusti; uno era appunto l’erede al trono del Portogallo, il che spiega il risalto dato dal giornale alla notizia. Ma non fu il Portogallo ad accaparrarsele, Margaret sposò l’erede al trono di Svezia, Gustavo Adolfo VI; Patricia, molto più romanticamente, anticipando Edoardo VIII, rinunciò al rango di principessa reale per sposarsi con un semplice ufficiale della Marina Inglese. 

Ovviamente, non mi sono potuto esimere dal verificare se anche il numero 14047 non fosse così insulso come sembra: ma sulla On-Line Encyclopedia of Integer Sequences non ho trovato nulla, a meno che il fatto che 14047 sia la “partial sums of the number of active (ON,black) cells in n-th stage of growth of two-dimensional cellular automaton defined by “Rule 454″, based on the 5-celled von Neumann neighborhood” possa significare qualcosa per qualcuno che non sia Ramanujan.

Nemmeno Google aiuta: il fatto che 14047 sia il CAP di Mombercelli o il numero assegnato all’asteroide Kohikiro (a meno che non precipiti sulla Terra) non modifica l’insulsaggine del numero. Qui ci vuole proprio Srinivasa Ramanujan; lo so che è morto da un pezzo, ma gli Indù si reincarnano…

Mentre attraversavo Stamford Bridge

Mentre rileggevo “Ivanhoe” in una edizione ottocentesca stampata quando Walter Scott era ancora vivo, mi sono imbattuto nella storia della morte di Harald Hardråde, lo Spietato, che finisce appunto sulla collina di Stamford Bridge, alla fine di settembre del 1066.

Scott la riassume molto sinteticamente, mettendola in bocca a Cedric quando ricorda ad Atelstano il valore del suo regale progenitore sassone Aroldo, ma vale la pena di raccontarla un po’ per esteso, con l’aiuto delle saghe islandesi.
A 15 anni lo Spietato combatteva insieme al fratello, Re Olaf II di Norvegia, nella battaglia di Stiklestad; dopo la sconfitta del fratello fuggì a Kiev con un manipolo di vichinghi, al servizio di Yaroslav il Saggio; qualche anno dopo, col suo gruppo di guerrieri, i Variaghi, è a Costantinopoli, al servizio dell’imperatrice Zoe e combatte fino in Nord Africa e in Sicilia, accumulando immense ricchezze; nel 1045 torna in Norvegia ed in breve riconquista il regno; non gli basta la Norvegia, vuole anche l’Inghilterra: ed eccolo invadere l’Inghilterra, nel 1066, attestandosi a Stamford Bridge, con la scusa di accompagnare Tostig, il fratello del re Aroldo, a riprendersi il regno.
Così ce la racconta Snorri Sturluson, nella “Saga di Re Harald”.

Sopra la collina, in formazione circolare, sta l’esercito del Conte Tostig, figlio di Godwin; vicino a lui, torreggia il suo alleato Harald Hardråde, re di Norvegia.
Più sotto, il fiume alle spalle, le truppe del re d’Inghilterra, Aroldo, figlio di Godwin, fratello di Tostig.
Un cavaliere vestito di ferro, con una faretra in cui brilla una freccia dalla punta d’oro, si stacca dall’esercito inglese e si avvicina al nemico.
«È qui il Conte Tostig, figlio di Godwin?» chiede a voce alta.
«Non nego d’esser qui» risponde Tostig.
«Se sei il Conte Tostig, sappi che tuo fratello ti offre il perdono, la sua amicizia e la terza parte della terra inglese, purché tu torni in pace».
«Se accetto, cosa darà il re al mio alleato Harald Hardråde?».
«Il re ha pensato anche a lui: gli darà sei piedi di terra inglese. E se è davvero così alto come dicono, anche sette piedi».
«Rispondi al tuo re che si prepari alla battaglia. Non lascerò che i Vichinghi dicano che il Conte Tostig ha tradito il loro re».
Il cavaliere dalla freccia d’oro torna indietro.
Harald Hardråde lo guarda allontanarsi, pensoso.
«Chi era» chiede a Tostig «quel cavaliere che ha parlato con tanta fierezza?».
«Era mio fratello, Aroldo, re d’Inghilterra».

Il sole tramonta sulla disfatta di Tostig, che cade sulla collina di Stamford Bridge; Harald Hardråde viene visto cadere, trafitto in gola da una freccia dalla punta d’oro che segna la sua fine e quella dell’era Vichinga.
Ma con la morte dello Spietato, Aroldo vinse la battaglia ma perse il regno e la vita: con le stanche truppe decimate dal feroce scontro, un mese dopo dovette correre ad Hastings per affrontare le truppe franco-normanne di Guglielmo il Bastardo sbarcate dalla Normandia: ne uscì – letteralmente – a pezzi e “il Bastardo” divenne “il Conquistatore”.


La morte di Harald Hardråde (part. da “La battaglia di Stamford Bridge” di Peter Nicolai Arbo)

Non lo sapevi che c’era la morte

Non lo sapevi che c’era la morte?
Quando si è giovani è strano
poter pensare che la nostra sorte
venga e ci prenda per mano.

Nessuno pensa alla morte, che vita sarebbe, se fosse il nostro pensiero dominante?
Succede però di doverla incontrare ogni tanto; se non è per qualche doloroso evento che ci tocca da vicino, bastano notizie come quelle che si leggono ogni giorno o il pensiero di un vecchio genitore per farci riflettere, almeno per un attimo, che così va la vita: accompagnata alla morte.
Oppure la si incrocia per caso, come mi è successo qualche tempo fa, proprio dove non te l’aspetteresti.

In Italia, non si possono fare cento metri senza inciampare in una meraviglia storica o geografica, spesso del tutto ignota anche a chi ci vive a due passi.
E così, una mattina, dovendo accompagnare il figlio a una partita di calcio nella bassa ferrarese, vicino a Portomaggiore, ho sbagliato strada e sono incappato in un piccolo segnale turistico che indicava “Delizia del Verginese”.
Nome già di per sé affascinante, ma ancora di più perché ignoto, non avendo per mano Google per capire di che si potesse trattare.
Poiché il calcio – almeno io – lo trovo più noioso del latino e della tv, ho scaricato il figlio al campetto poco lontano e sono tornato indietro, alla cerca di questa “Delizia del Verginese”.
Eccola qui, è una villa principesca che Alfonso I d’Este regalò nel 1534 alla sua amante, o forse anche ultima moglie, sposata in punto di morte, Laura Dianti.

La quale Laura doveva essere, oltre che bella, anche assai tosta: basti pensare era la figlia di un modesto artigiano che faceva cappelli e arrivò a sostiture nel cuore del duca d’Este un’altra tipina tutto pepe e veleno come Lucrezia Borgia.
E si faceva fare i ritratti da Tiziano Vecellio, tanto per dire:

La sua piccola reggia privata era appunto la “Delizia del Verginese” con le sue quattro torri merlate e la grande Colombaia, in fondo a un viale di melograni ancora ingialliti dal freddo inverno.
Sotto l’arco della Colombaia, non è difficile immaginare la bella Laura che siede rimirando la Delizia donata dal suo innamorato, fra il fruscio delle ali dei colombi.

Un piccolo paradiso, che profuma ancora di incontri amorosi e feste scintillanti; ma lunga e diritta corre la strada, dalla Colombaia alla Delizia; e non lo sapevo che c’era la Morte, là in fondo, che mi aspettava.

Qualche anno fa, poco lontano dalla Delizia, un aratro, incocciando in una stele funebre romana, ha consentito il ritrovamento di un insieme di tombe di epoca imperiale, della famiglia dei Ladieni, con un ricchissimo corredo funebre.
Questo ritrovamento era l’oggetto della mostra, contenuta all’interno della Delizia, che ho percorso, solitario ed unico visitatore della domenica mattina, per il tempo di una partita di calcio.
Qui ho incontrato gli occhi spenti di Gaio Vegeto, un bambino romano della famiglia dei Ladieni, con una bella, dolente iscrizione funebre, rivolta proprio al viaggiatore che l’avrebbe guardata nei secoli a venire:

Quot patri facere debuit filius, mors inmatura fecit ut faceret parens.
Luctibus expositis monimentum, hospes, compositum nati quod dedit ipse pater

Quel che il figlio avrebbe dovuto fare al padre, l’immatura morte fece sì che lo facesse il genitore.
Viaggiatore, osserva addobbato con i segni esposti del lutto il monumento sepolcrale del figlio
che il padre stesso dovette fare.

Questa bella epigrafe mi ha fatto fare una piccola riflessione sulla morte; e proprio sulla morte dei vecchi genitori: quando li accompagniamo alla fine del loro viaggio, è una consolazione almeno quella di aver risparmiato loro il dolore di seppellire un figlio, come dovette fare il padre di Gaio Vegeto.

Uova strapazzate

Nell’ estate del 1797 il poeta inglese Samuel Coleridge, sentendosi indisposto, prese qualche grano di oppio per addormentarsi e cadde in un sonno ipnotico in cui sognò un poema su Kublai e la costruzione del suo Palazzo. Quando Coleridge si destò dal sonno aveva vividi nella mente i trecento versi che costituivano l’opera sognata e ne mise su carta una cinquantina, prima che una visita inattesa lo sorprendesse. Al termine della visita,”scoprii con non poca sorpresa e mortificazione“, racconta lo stesso Coleridge, “che se anche serbavo vagamente la forma generale della visione, il resto, salvo una decina di versi sciolti, era sparito come le immagini sulla superficie del fiume quando si getta una pietra nell’acqua“.

Del poema sognato da Coleridge (Kublai Khan) quindi non ci resta che una parziale ricostruzione; ci è andata invece molto meglio con i Beatles. Nell’estate del 1964 Paul McCartney sognò l’intera melodia di una canzone, nella sua stanza nella casa della sua fidanzata Jane Asher e della sua famiglia, in Wimpole Street, a Londra. Al risveglio, corse ad un pianoforte e suonò il pezzo, per evitare che scivolasse nei recessi della sua mente. Fortunatamente non fu disturbato come Coleridge da una visita importuna e riuscì a trascriverla tutta. In attesa di completarla con le parole, la battezzò “Scrambled Eggs”, cioè “uova strapazzate”, probabilmente ispirato dalla colazione che lo aspettava in cucina. Per molti mesi la canzone sognata rimase senza parole, con gli altri Beatles piuttosto renitenti a farne una canzone del gruppo, perché gli pareva non nello “stile Beatles”: ma alla fine Paul li convinse e la canzone fu registrata nel giugno dell’anno successivo con il titolo e le parole definitive: “Scrambled Eggs” era diventata “Yesterday” e a tutt’oggi, secondo il Guinness dei Primati, è la canzone con il maggior numero di cover.
Strapazzando queste cover, come se fossero uova, ho quindi fatto un piccolo video per YouTube, per la gioia dei fans dei quattro di Liverpool e dei trentaquattro interpreti delle cover “strapazzate”.
Ovviamente, lascio agli esperti intenditori di musica riconoscere le trentaquattro voci strapazzate…

Promessa invano a Venere

Dondola, dondola, il vento la spinge
Cattura le stelle per i suoi desideri.
Un’ombra furtiva si stacca dal muro:
Nel gioco di bimba si perde una donna.
(Le Orme, “Gioco di bimba”)

Tra le cose che affiorano dalla terra antica che calpestiamo, le bambole romane, le pupae, non sono rare. Per lo meno quelle più comuni, di umile terracotta, che si poteva permettere anche la figlia di un contadino o di un soldato.
Nulla a che vedere con la lussuosa Barbie d’avorio, trovata nel sarcofago della piccola Crepereia Tryphaena, a Roma, nel maggio del 1889, vicino alla testa della fanciulla che, come Ofelia, galleggiava sull’acqua tra una folta chioma di capelli scomposti.
Eccole qui, le mie piccole tre Grazie, a cui ho deciso di dedicare un reportage fotografico come fossero tre top model, ma con impietosi primi piani che ne rivelano la povera fattura e gli insulti del tempo.

La bambola, a Roma (e ancor prima in Grecia), aveva un significato rituale che andava ben oltre il semplice gioco di bimba.
Ogni bambina ne riceveva una che personificava la sua verginità; al momento del matrimonio, la bambola doveva essere portata al tempio di Venere e lasciata lì, consacrata alla dea cui era stata promessa fin dall’inizio.
Era l’atto finale del rito di separazione dalla propria giovinezza, prima di entrare nella vita matura.
Ma quando la fanciulla moriva prima del matrimonio, la bambola veniva seppellita insieme a lei, invano promessa a Venere.

Ed eccole viste da vicino vicino, per cercare di cogliere qualcosa della personalità della bambina che la spupazzava sognando il giorno in cui l’avrebbe portata al tempio, per sposarsi.
Questa è una fanciulla rotondetta a cui la perdita del naso – specie di profilo – fa assumere un’aria ancor più bambina;

I capelli intrecciati a fascia e la scriminatura centrale ricordano un po’ l’acconciatura della bambola di Crepereia, dell’età degli Antonini, con la moda lanciata da Faustina Minore, moglie di Marco Aurelio e madre di Commodo, quello del “Gladiatore”.

Quest’altra, ha fattezze decisamente più plebee (potrebbe forse essere etrusca, per la tipologia del viso); per di più il fuoco o la sporcizia le hanno disegnato pure qualche pelo superfluo sul viso. Si consolerà col detto:”Donna baffuta, sempre piaciuta”…

E l’ultima, quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre, eccola qua, tutta moine con quella pretenziosa capigliatura in perfetto “stile impero”:

Ma anche per lei, il profilo è impietoso e la trasforma subito in una servetta di bottega, come forse era la sua povera padroncina.

Per tutte e tre, però, una unica sorte viene raccontata dall’essere state sotterrate insieme alla piccola padrona, invece di finire al tempio di Venere; una sorte che il Pascoli latinista dei “Carmina” ha raccontato per la nobile Crepereia, ma che val bene anche per le tre bimbe che hanno giocato con le mie piccole, povere pupae .

Va il corteo funebre lungo la riva solatìa,
va triste il mormorio dell’etrusco Tevere
tra siepi di biancospino,
fiorite di corimbi.

Te nel fiore di giovinezza, non Vespero infuocato
tolse ritrosa alle braccia materne,
né i fanciulli, alzando le fiaccole, ti cantarono
l’inno nuziale

Versate ciotole di latte al suolo, secondo il rito,
posai in pace la tua anima nel muto sepolcro
e pronunciai disperato le ultime parole:
“Addio, piccola, addio”.

Ducitur funus per aprica ripae,
murmur etrusco Tiberi ciente
triste, per sepes ubi gignit albos
spina corymbos.

Floridam non te ruber igne Vesper
matris abduxit gremio morantem
nec faces « Hymen » pueri levantes
concinuerunt.

Cymbiis fusis ego rite lactis
condidi mutis animam sepulcris
edidique amens « Have have »
supremum ipse

La laurea serve.


Sul cell ho True Caller ma sul fisso ogni tanto mi beccano…

Doxa – Pronto, è la Doxa; possiamo farle qualche domanda relativamente ai programmi televisivi?
Io – (eh… eh… questa volta faccio presto) Grazie, ma io NON guardo la televisione.
Doxa – Possiamo procedere ugualmente, sono solo 5 minuti.
Io – (Seee… 5 minuti… 50 domande… due palle! ma che cazzo mi possono chiedere?) Vabbé, sentiamo…
Doxa – Il suo titolo di studio?
Io – Laurea
Doxa – L’intervista è finita perché abbiamo già raggiunto la quota di laureati necessaria.

La laurea serve.

Il Solitario Passero




Immaginate di stampare una poesia su un foglio di carta. Poi ritagliate le righe, un verso per riga, mescolate le striscioline e vi divertite a ricomporla.
Quindi prendete le striscioline, le tagliate a metà, le rimescolate e vi divertite a ricomporre nuovamente la poesia.
E avanti così a ritagliare rendendo sempre più difficile la ricomposizione.
Magari non vi divertite più di tanto, però alla fine forse avete mandato a memoria una poesia, che è sempre più di quel che resta dopo un solitario con le carte.
Per ovvie ragioni ecologiche non conviene usare la carta, le strisce ve le taglia questo giochetto, Il Solitario Passero e le divide in base al livello selezionato.



I ‘pezzi’ vanno trascinati dalla parte gialla a quella bianca a righe, fino a ricomporre l’intera poesia.
I livelli di numero pari non aumentano i “tagli” dei versi ma tolgono spazi e interpunzioni per rendere leggermente più complessa la ricomposizione.
Se nell’elenco presentato non trovate alcuna poesia a voi gradita, non avete che da cliccare su ‘AGGIUNGI UNA POESIA’ e provvedere alla bisogna.
E se il gioco dovesse sembrare troppo stupido o banale, si attivino le categorie critiche del decostruttivismo post-moderno citando Derrida ed Heidegger in lingua originale fra un click e l’altro…

Il Solitario Passero